Album: Third
C'é un tempo per la storia e uno per il ricordo, uno per la luce e uno per l'oscurità.
"Cosa accadeva a Canterbury in quegli anni? Niente..." sogghignava beato Robert Wyatt (al secolo Robert Ellidge) a chi gli poneva la domanda. Ma, per evitare equivoci, é il caso di sottolineare immediatamente un paio di cose. La prima è che l'ascolto di questa musica é sempre stato un affare di carboneria: può interessare e soddisfare gli appassionati di lunga data, come lasciare tiepidi i curiosi dell'ultima ora. La seconda: se ciò che apre il cuore e affascina l'ascolto é la semplicità armonica delle composizioni, allo stesso tempo quel groviglio timbrico, quella sovrapposizione melodica e i continui cambi ritmici, possono risultare indigesti ai più. Probabilmente i Soft Machine avevano una vaga idea del mondo dei suoni, ma a loro questo importava poco perchè prima ancora di conoscerlo possedevano già la smania di crearne uno proprio, tutto loro. Ed ecco, allora, spuntare la Musica Patafisica, come fosse la scienza sonora dei mondi e degli spazi supplementari. Dove sulla cultura metropolitana trionfava la provincia e dove un alambicco poteva distillare, con più calma, umori e influenze, accumulando strati di idee e connessioni. Un luogo ideale dove rendere lo spazio (quello per fantasticare) infinito, nella magia di un tempo rallentato. Niente televisione, nè internet o videogiochi: solo una radio a onde corte (perennemente sintonizzata su Radio Luxembourg) e una vorace curiosità musicale con il culto dell'avanguardia.
Eppure, nonostante tutto, ero felice di ritornare a casa. In fondo la propria casa é come il ventre di una madre, caldo e primordiale. Ma anche rumoroso: quando ci appoggi l'orecchio sopra e ascolti, nel suo saliscendi ritmico, l'eco interiore del respiro e il battito sordo del cuore che pulsa nel cigolio dei succhi gastrici.
Appena arrivati, ancora in tempo al riparo da un cielo estivo minaccioso e plumbeo, mio padre stava parcheggiando in garage la sua Fiat 127 color-azzurro-carta-da-zucchero, avvolto nel rumore assordante della ventola di raffreddamento, mentre io trascinavo valigie, sacchetti e borse su e giù per le scale fin dentro casa. Per ultimo recuperavo dal fianco del sedile posteriore dell'auto un vecchio doppio disco, ancora sigillato, comprato tra quelli in offerta in un negozietto di Viareggio. Uno di quegli acquisti fatti esclusivamente per giustificare il riempimento di un vuoto germogliato dalla noia.
Un accordo ribattuto di piano, il falsetto di RobertWyatt, un organo che riprende la linea del cantato, qualche vocalizzo qua e là e pochi tocchi di batteria. Un charleston e poco più.
"Moon in June" é praticamente tutta qui: una lunga suite sotto forma di canzone, come una goccia d'acqua nel deserto, una passeggiata pastorale nei territori dell'immaginazione, un faro di Alessandria sopra un mare di mediocrità, una piccola consolazione per i momenti di solitudine.
La voce di Robert Wyatt, quel filo di fiato esile e struggente, era capace di assottigliarsi senza perdere mai il suo vigore. Messaggero di infinita tristezza e melanconia, era persino capace di donarti una serenità ultraterrena. La sua musica, da quel momento in poi, rimarrà così: scarna ed essenziale. E quell'organetto - metà strumento e metà giocattolo dal quale nascono tutte le sue canzoni - basta a far capire che, anche oggi, non c'é bisogno di altro per fare grande musica.
Soltanto tre anni prima, il primo giugno del 1973, Wyatt cadeva dal quarto piano di un edificio, mentre era in corso una festa di compleanno. Si salvò fortuitamente la vita rimanendo, però, parzialmente paralizzato: "Ecco come avvenne l'incidente, nell'ordine: vino, whisky Southern Comfort e poi la finestra. Il dottore era stupefatto. Mi disse - doveva essere proprio ubriaco per rimanere così rilassato mentre cadeva dal quarto piano - Se fossi stato appena un po' più sobrio, probabilmente oggi non sarei qui. Avrei teso tutto il corpo per la paura e mi sarei fracassato" (R.Wyatt). Gìà, prima e dopo: questione sempre interessante, un frangente cui auguro a tutti di avere a che fare, prima o poi.
"Gli altri pensano sempre che per me sia un problema parlare dell'incidente. Ma non é così: semmai, mi crea parecchi problemi parlare di ciò che accadde prima dell'incidente. In "Rock Botton" e nelle cose successive mi riconosco, ma il mio io adolescente, il bipede batterista non lo ricordo e non lo capisco. Mi costa fatica parlare di com'ero prima; é quasi come se la caduta avesse avuto qualche ripercussione sulla mia mente. Adesso vedo l'incidente come una specie di linea di netta demarcazione tra la mia adolescenza e il resto della mia vita" (Robert Wyatt). Ancora una volta, il prima e il dopo.
Anno: 1970
Cover Artist: John Hays & Jurgen D. Ensthaler
Etichetta: Columbia Records
Per anni si é goduto delle strane favole di Canterbury, e non mi riferisco a quelle amene novelle di Geoffrey Chaucer ma ad un'altra ancora più gioiosa e sorprendente: la favola della Musica Patafisica. Quella che nasceva tra le pieghe di una sonnolente provincia non-rock inglese, senza che il tempo la invecchiasse di una sola nota o scalfisse la sua freschezza. Un sottogenere di opere e artisti piuttosto eterogenei, legati dal tentativo comune di contaminare un insieme di generi che includeva rock psichedelico, jazz, musica d'avanguardia e musica elettronica, associandoli a testi con forti connotazioni surreali. Da qui il riferimento alla Scienza delle Soluzioni Immaginarie di Alfred Jarry.
"Cosa accadeva a Canterbury in quegli anni? Niente..." sogghignava beato Robert Wyatt (al secolo Robert Ellidge) a chi gli poneva la domanda. Ma, per evitare equivoci, é il caso di sottolineare immediatamente un paio di cose. La prima è che l'ascolto di questa musica é sempre stato un affare di carboneria: può interessare e soddisfare gli appassionati di lunga data, come lasciare tiepidi i curiosi dell'ultima ora. La seconda: se ciò che apre il cuore e affascina l'ascolto é la semplicità armonica delle composizioni, allo stesso tempo quel groviglio timbrico, quella sovrapposizione melodica e i continui cambi ritmici, possono risultare indigesti ai più. Probabilmente i Soft Machine avevano una vaga idea del mondo dei suoni, ma a loro questo importava poco perchè prima ancora di conoscerlo possedevano già la smania di crearne uno proprio, tutto loro. Ed ecco, allora, spuntare la Musica Patafisica, come fosse la scienza sonora dei mondi e degli spazi supplementari. Dove sulla cultura metropolitana trionfava la provincia e dove un alambicco poteva distillare, con più calma, umori e influenze, accumulando strati di idee e connessioni. Un luogo ideale dove rendere lo spazio (quello per fantasticare) infinito, nella magia di un tempo rallentato. Niente televisione, nè internet o videogiochi: solo una radio a onde corte (perennemente sintonizzata su Radio Luxembourg) e una vorace curiosità musicale con il culto dell'avanguardia.
Era quello il tragitto formativo, oggi inverosimile, descritto da Mike Ratledge: "...alla radio ascoltavamo Cage, Bertram, Haydn, Stockhausen, Berio, gli americani... Allora, tutti i diciottenni seguivano queste cose!". Come sarebbe a dire tutti i diciottenni?
1976:
L'estate di quell'anno fu una delle ultime vacanze con i miei genitori.
Stavo vivendo uno strano periodo di metamorfosi. Come un rettile che sveste la sua vecchia pelle, provavo anch'io la sensazione di rigenerare una nuova muta. Ma anzichè incuriosito ero seriamente preoccupato per il nuovo e inedito aspetto che avrei probabilmente assunto. La logica conseguenza era che avvertivo la necessità di un isolamento fisico, come una catarsi autoimposta.
Stavo vivendo uno strano periodo di metamorfosi. Come un rettile che sveste la sua vecchia pelle, provavo anch'io la sensazione di rigenerare una nuova muta. Ma anzichè incuriosito ero seriamente preoccupato per il nuovo e inedito aspetto che avrei probabilmente assunto. La logica conseguenza era che avvertivo la necessità di un isolamento fisico, come una catarsi autoimposta.
Solitamente non facevo capriole di gioia all'idea di andare lontano da casa e dagli amici, ma quella volta, apaticamente, non avevo fatto resistenza. In fin dei conti mi ero convito che distrarmi in luoghi con i quali non avevo nessuna familiarità potesse facilitare in qualche maniera l'eremo. Eppure, ciononostante, mentre tornavo a casa al temine di quella trasferta, mi sentivo ancora come fossi il fantasma di me stesso. Tre settimane non era bastate, e neppure la lettura di Calvino con "Le città invisibili " e "Ti con Zero" era riuscita a farmi guardare al futuro con occhi diversi.
In fondo, a ben pensarci, qual'era la prospettiva che mi attendeva? Cosa avrei visto attraverso la palla di vetro del mio futuro, da lì a qualche anno? Sistemato, capelli impomatati e cravatta reginald? moglie, figli e labrador al guinzaglio? alla guida di un tagliaerba nel giardino di casa? all'ombra di una palma con panama in testa e mojito in mano? No, dovevo fermarmi e ragionare se un altro mondo era possibile. Come Calvino, dovevo chiedermi se le città avessero bisogno per forza di case e strade, oppure se tutto questo era un postulato. O la decisione di qualcun'altro. Dovevo visitare un mondo inesistente per capire se mi tornava la voglia di ritornare in questo visibile pattume.
In fondo, a ben pensarci, qual'era la prospettiva che mi attendeva? Cosa avrei visto attraverso la palla di vetro del mio futuro, da lì a qualche anno? Sistemato, capelli impomatati e cravatta reginald? moglie, figli e labrador al guinzaglio? alla guida di un tagliaerba nel giardino di casa? all'ombra di una palma con panama in testa e mojito in mano? No, dovevo fermarmi e ragionare se un altro mondo era possibile. Come Calvino, dovevo chiedermi se le città avessero bisogno per forza di case e strade, oppure se tutto questo era un postulato. O la decisione di qualcun'altro. Dovevo visitare un mondo inesistente per capire se mi tornava la voglia di ritornare in questo visibile pattume.
Eppure, nonostante tutto, ero felice di ritornare a casa. In fondo la propria casa é come il ventre di una madre, caldo e primordiale. Ma anche rumoroso: quando ci appoggi l'orecchio sopra e ascolti, nel suo saliscendi ritmico, l'eco interiore del respiro e il battito sordo del cuore che pulsa nel cigolio dei succhi gastrici.
Appena arrivati, ancora in tempo al riparo da un cielo estivo minaccioso e plumbeo, mio padre stava parcheggiando in garage la sua Fiat 127 color-azzurro-carta-da-zucchero, avvolto nel rumore assordante della ventola di raffreddamento, mentre io trascinavo valigie, sacchetti e borse su e giù per le scale fin dentro casa. Per ultimo recuperavo dal fianco del sedile posteriore dell'auto un vecchio doppio disco, ancora sigillato, comprato tra quelli in offerta in un negozietto di Viareggio. Uno di quegli acquisti fatti esclusivamente per giustificare il riempimento di un vuoto germogliato dalla noia.
Rientrammo in casa giusto in tempo, poco prima che iniziasse a scendere dai cieli del pomeriggio. Aveva iniziato a piovere così forte che sentivo la pioggia tamburellare con cadenza ritmica veloce e regolare, sul tetto zincato del terrazzo, proprio sopra la mia testa. Toc-toc-toc...
Sotto la maschera sulfurea del cielo sbirciavo, attraverso le piccole fessure nelle serrande, le pozzanghere che si formavano sul balcone e che riflettevano l'ultimo bagliore del giorno. Le goccioline di condensa si illuminavano in un tramonto rosa-conchiglia - come nebbia appesa tra cielo e orizzonte - mentre ancora più lontano apparivano lampi silenziosi. Allora trattenevo il respiro e contavo mentalmente i secondi aspettando, da un momento all'altro, l'arrivo del tuono.
Ma i vetri avvertivano in anticipo l'energia scaricata nell'aria, vibrando una frazione prima del boato. La pioggia era talmente spessa e fitta che nelle strade la luce naturale del giorno, lentamente scompariva lasciando al suo posto la scia delle luci dei lampioni e dei neon delle insegne, mentre in lontananza iniziavano ad illuminarsi le case, da dietro le finestre.
Ma i vetri avvertivano in anticipo l'energia scaricata nell'aria, vibrando una frazione prima del boato. La pioggia era talmente spessa e fitta che nelle strade la luce naturale del giorno, lentamente scompariva lasciando al suo posto la scia delle luci dei lampioni e dei neon delle insegne, mentre in lontananza iniziavano ad illuminarsi le case, da dietro le finestre.
La pioggia ha sempre un proprio fascino particolare. E' l'ingrediente segreto del cuoco, quello in grado di trasformare una banale pietanza in una squisita prelibatezza, capace di stuzzicare le papille gustative. Temporali, acquazzoni, scrosci improvvisi e rovesci imprevisti. A questo servono: hanno il dovere di predisporre l'animo ad un particolare raccoglimento, diverso, più intimo e ricettivo. Un animo capace di scavare più in profondità, fino a raggiungere quel lato più vero e fragile che solitamente non ricordiamo (o vogliamo ricordare) di avere, facendolo riemergere in superficie.
Allora perché restare sotto un tetto, chiusi in in casa, all'asciutto, anziché uscire fuori e bagnarci sotto la pioggia? Forse perché attribuiamo alla pioggia una strano e malsano potere mefitico? Qualcosa di psicanalitico, che ci fa sentire malati dentro?
Così da dietro il paravento di un finto malumore, che solitamente imputiamo al grigiofumo claustrofobico e minaccioso delle nuvole, si spalanca inaspettata la porta di una imprevedibile fantasia, che si entusiasma di cose che normalmente neppure prenderemmo in considerazione per mancanza di ispirazione. E tocca quelle corde troppo spesso mute delle nostra sensibilità.
Così da dietro il paravento di un finto malumore, che solitamente imputiamo al grigiofumo claustrofobico e minaccioso delle nuvole, si spalanca inaspettata la porta di una imprevedibile fantasia, che si entusiasma di cose che normalmente neppure prenderemmo in considerazione per mancanza di ispirazione. E tocca quelle corde troppo spesso mute delle nostra sensibilità.
Quel temporale ha rappresentato per me uno spartiacque. Esiste un "prima" e un "dopo".
Lo so é una banalità: tutti gli attimi hanno un prima e un dopo, ma in quel caso il taglio netto fra i due spazi temporali è coinciso con un'autentica rigenerazione, che trascendeva di gran lunga il divario fra il momento che precedeva l'ascolto di "Moon In June" e quello subito dopo. Nel quale tutto sembrava essere diventato più cristallino.
Nel silenzio irreale - dove ogni cosa giungeva misteriosa e ovattata, anche il ticchettio della pioggia ed i tuoni - quel brano fu come un'astronave che mi condusse in uno strepitoso strano viaggio nei luoghi oscuri della mia coscienza, attraverso le infinite e pazze traiettorie che, dal buio della mia camera, puntavano diritto alla scia luminosa di qualche sperduta via lattea. Quella voce e quella musica contribuirono in maniera netta a cambiare (per sempre) i miei connotati.
Nel silenzio irreale - dove ogni cosa giungeva misteriosa e ovattata, anche il ticchettio della pioggia ed i tuoni - quel brano fu come un'astronave che mi condusse in uno strepitoso strano viaggio nei luoghi oscuri della mia coscienza, attraverso le infinite e pazze traiettorie che, dal buio della mia camera, puntavano diritto alla scia luminosa di qualche sperduta via lattea. Quella voce e quella musica contribuirono in maniera netta a cambiare (per sempre) i miei connotati.
Esistono emozioni tali che per il modo che hanno di interagire con la nostra sensibilità, di toccare le corde più riposte del nostro io, ci avvisano in maniera chiara e ineccepibile fin dal primo momento che non ci abbandoneranno mai più per il resto della nostra esistenza. Capita assai di rado - é vero - ma capita. Era quello che succedeva a me, mentre ascoltavo in perfetta solitudine "Moon in June", in un tardo pomeriggio di fine estate, con una lampada a forma di fungo che infuocava la mia camera con i suoi riflessi arancioni e mentre fuori infuriava il diluvio.
Un'esperienza strana, quasi biblica. Un viaggio intellettuale che ad ogni momento rischiava di prendere strade bizzarre, oblique, intriganti, pericolose.
Un accordo ribattuto di piano, il falsetto di RobertWyatt, un organo che riprende la linea del cantato, qualche vocalizzo qua e là e pochi tocchi di batteria. Un charleston e poco più.
"Moon in June" é praticamente tutta qui: una lunga suite sotto forma di canzone, come una goccia d'acqua nel deserto, una passeggiata pastorale nei territori dell'immaginazione, un faro di Alessandria sopra un mare di mediocrità, una piccola consolazione per i momenti di solitudine.
La voce di Robert Wyatt, quel filo di fiato esile e struggente, era capace di assottigliarsi senza perdere mai il suo vigore. Messaggero di infinita tristezza e melanconia, era persino capace di donarti una serenità ultraterrena. La sua musica, da quel momento in poi, rimarrà così: scarna ed essenziale. E quell'organetto - metà strumento e metà giocattolo dal quale nascono tutte le sue canzoni - basta a far capire che, anche oggi, non c'é bisogno di altro per fare grande musica.
"Gli altri pensano sempre che per me sia un problema parlare dell'incidente. Ma non é così: semmai, mi crea parecchi problemi parlare di ciò che accadde prima dell'incidente. In "Rock Botton" e nelle cose successive mi riconosco, ma il mio io adolescente, il bipede batterista non lo ricordo e non lo capisco. Mi costa fatica parlare di com'ero prima; é quasi come se la caduta avesse avuto qualche ripercussione sulla mia mente. Adesso vedo l'incidente come una specie di linea di netta demarcazione tra la mia adolescenza e il resto della mia vita" (Robert Wyatt). Ancora una volta, il prima e il dopo.
Del resto il pensiero e l'atteggiamento intellettuale di Wyatt nei confronti della vita e dell'arte sono sempre stati la quintessenza della creatività. Perfino attraverso la sua militanza nel Partito Comunista inglese é riuscito a focalizzare il suo impegno politico e sociale, portandolo fino al limite estremo.
Dopo l'incidente che lo ha lasciato paralizzato, Wyatt ha sempre vissuto lontano dal music-business permettendosi il lusso di dedicarsi a eteree melodie, non assimilabili ad alcuna epoca in particolare e semmai influenzata da ormai dimenticati metodi compositivi, testimonianza di una coerenza artistica e ideologica senza eguali. Dal suo bucolico esilio in patria - vicino a gente che non lo conosce e lo considera semplicemente un vecchio paraplegico - passa le giornate a cercar di dar scacco matto ai propri ricordi, cullato dalla sua indomita ricerca dell'assoluto, che lo condurrà, prima o poi, al suono perfetto e definitivo: il silenzio.
Ecco il motivo per cui tengo sempre una copia di Third nella cassetta del pronto soccorso: di fronte al senso di svuotamento cui ci condanna la vita del nostro tempo, qualche minuto di pelle d'oca é sempre una medicina assai efficace.
Ecco il motivo per cui tengo sempre una copia di Third nella cassetta del pronto soccorso: di fronte al senso di svuotamento cui ci condanna la vita del nostro tempo, qualche minuto di pelle d'oca é sempre una medicina assai efficace.
Third era, un doppio album, con quattro facciate e un solo brano su ogni lato. Sulla copertina, in bella evidenza, il logo tridimensionale del titolo risaltava su uno sfondo che ricordava la carta da pacchi, la stessa che i miei genitori usavano per avvolgerci dentro i salami. All'interno dell'album troneggiava una foto che ritraeva i musicisti durante un attimo di relax tra una session a l'altra. Un basso di forma triangolare pareva un'enorme balalaika elettrica appoggiata sul bordo del letto.
Third era una delle più brillanti e forti esperienze estetiche sotterranee che abbiano mai incollato insieme (e con talento) jazz e avanguardia, ballata rock e stravaganza extracolta, nel fluire di una fantastica contaminazione e nella magia inquieta dei suoni. Le lunghe composizioni parevano assemblate come un patchwork, con dilatate introduzioni di tastiera che venivano riprese dagli intrecciati riff di basso e infine punteggiate dai fiati. Restavano fissi i temi di apertura e chiusura, mentre nel mezzo le parti venivano più o meno improvvisate, lasciando agio ad una sperimentazione sonora. In questo clima i Soft Machine incarnavano una tendenza di assoluta novità, ricomponendo elementi disparati di avant-garde e minimalismo, in una sintesi evoluta di ultrarock e free jazz e recuperando le intuizioni dal movimento dada che trasudava schiuma patafisica. Ma, soprattutto, Third era il disco che non avrebbe dovuto contenere "Moon in June".
"Ero proprio depresso dopo l'incisione di Third. Io mi ero immerso nei pezzi di Mike e Hugh e avevo cercato di dare il massimo, mentre loro odiavano "Moon in June", tanto che si erano rifiutati di partecipare alla registrazione e mi era toccato fare tutto da me, a parte un breve assolo di organo accompagnato dal basso" (R.Wyatt).
Poco importa. Il miracolo si compie comunque, attraverso questo brano di malinconia infinita, manifesto senza il quale la grandezza completa di Third sarebbe impossibile. Ciò che diventa chiaro é che non vi é la minima traccia di arrendevolezza o di disperazione ma solo una grande forza interiore, che giunge intatta fino all'ascoltatore. Quindi non é una sorpresa accorgersi come, ancora oggi, questa canzone venga considerata immortale e memorabile, adulata e venerata da una nicchia di ascoltatori che la considerano ineguagliabile. Una delle melodie più struggenti che siano mai state messe in musica. E forse, proprio per questo motivo, anche io mi preoccupo ogni tanto: perchè quando ricordo ritorno ad allora, a quel pomeriggio che mi preoccupa sempre un po' di più. Impossibile rimanere insensibile al fascino di questa canzone, impossibile non scoprire un brivido nuovo ad ogni nuovo ascolto.
Come allora, immagino che arrivi un temporale improvviso e che debba scaricare in fretta valigie e sacchetti. Immagino di togliere il cellophane che sigilla il disco e guardare la foto interna. Aspetto ancora, col fiato sospeso, il boato dei tuoni nella speranza che un blackout elettrico non rovini l'incantesimo. Ancora oggi quando la riascolto sento l'odore di erba bagnata che profuma di fine estate. Sento l'aria impregnata di umidità e la luce che colora di arancio il soffitto della mia stanza per poi scomparire, inghiottita dalle pareti tappezzate di sughero. Incarna l'umore della tristezza infinita per la fine di qualcosa, e l'entusiasmo contenuto per l'inizio di qualcos'altro. E' fatta di materia impalpabile, permeata di un fascino tutto suo, creato dalla mia fantasia. E se proseguo nei ricordi, rivedo nel cielo quella luce ordinata e silenziosa, che guadagna l'uscita dalla fitta coltre di nuvole, visibilmente appagate per la pioggia dispensata. Mentre il sole - occhio assorto e faccia disorientata come di un viaggiatore intercontinentale alle prese coi primi effetti del jet-lag - sbuca un po' perplesso e smarrito. Erano passati diciannove minuti e trentotto secondi. E fuori dalla mia camera, purtroppo, stava ritornando l'estate.
Come allora, immagino che arrivi un temporale improvviso e che debba scaricare in fretta valigie e sacchetti. Immagino di togliere il cellophane che sigilla il disco e guardare la foto interna. Aspetto ancora, col fiato sospeso, il boato dei tuoni nella speranza che un blackout elettrico non rovini l'incantesimo. Ancora oggi quando la riascolto sento l'odore di erba bagnata che profuma di fine estate. Sento l'aria impregnata di umidità e la luce che colora di arancio il soffitto della mia stanza per poi scomparire, inghiottita dalle pareti tappezzate di sughero. Incarna l'umore della tristezza infinita per la fine di qualcosa, e l'entusiasmo contenuto per l'inizio di qualcos'altro. E' fatta di materia impalpabile, permeata di un fascino tutto suo, creato dalla mia fantasia. E se proseguo nei ricordi, rivedo nel cielo quella luce ordinata e silenziosa, che guadagna l'uscita dalla fitta coltre di nuvole, visibilmente appagate per la pioggia dispensata. Mentre il sole - occhio assorto e faccia disorientata come di un viaggiatore intercontinentale alle prese coi primi effetti del jet-lag - sbuca un po' perplesso e smarrito. Erano passati diciannove minuti e trentotto secondi. E fuori dalla mia camera, purtroppo, stava ritornando l'estate.
Ma io, invece, me la prendevo comoda, con la consapevolezza istintiva e illogica che ogni odore, ogni foglia, ogni colore, e ogni singola, trasparente, fresca, pulita e instabile goccia di pioggia non sarebbe ritornata mai più identica. Mai più uguale a quella che l'aveva preceduta, o a quella che l'avrebbe subito seguita. Allora riprendendo in mano i miei pensieri e con coraggio mi precipito a scrutare fiducioso l'orizzonte.
© paroleopache
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