Album: Darkness on the Edge of Town
Cover Artist: Frank Stefanko
Etichetta: Cbs
Anno: 1978
Io candidamente gli avevo appena confessato che ero sorpreso di trovarlo così bene. Lui, viceversa, nel salutarmi, ridacchiò. "Qualche anno fa, quando facevo lunghi viaggi in aereo, in treno, addirittura in autobus, bevevo così tanto che all'arrivo non sapevo nemmeno dove mi trovavo. Stavolta in tutto il viaggio ho bevuto soltanto due Diet Coke..."
Non mi restava altro che credergli mentre la macchina, sulla quale nel frattempo eravamo saliti, stava già scivolando lungo la strada, verso Torino. E dire che c'erano voluti mesi perché riuscissi a trovarlo, lo convincessi a venire ed organizzassi tutto. Nel frattempo, per una strana coincidenza, lui era resuscitato. Umanamente intendo. Era fuori dal buco nero dell'alcool e dei vizi. L'uomo che mi stava di fronte a pranzo, il giorno del suo arrivo, non aveva nulla del folle ragazzino irresponsabile che avevo conosciuto così bene e di cui avevo sentito parlare da altri negli ultimi anni. Mi sembrava talmente una persona... diversa che trovavo indelicato persino fargli delle domande.
Ai tempi del liceo, in inverno passavo la maggior parte dei pomeriggi a casa sua. La intravedevo in fondo alla strada che si allungava davanti la finestra della mia cucina. Era una via stretta e breve, punteggiata da basse villette squadrate, identiche le une alle altre per forma e colore giallo-ocra o rosso-mattone. Tutte quante avevano tetti con tozzi comignoli storti, garages interrati e ortensie fucsia o blu ad ornare i cancelli d'ingresso.
La sua era l'ultima in fondo alla strada, leggermente isolata dalle altre. Era sul delimitare con i campi di granoturco dai quali era separata da un piccolo fosso a fare da separatore naturale tra le due civiltà. Fin lì si era spinto il progresso: l'asfalto, i semafori, i pali in legno della corrente elettrica e le centraline telefoniche. Più in là, mimetizzata nei campi e appiccicata oltre il nebbioso orizzonte sfocato, quasi fosse il sinistro quartier generale nemico, sbucava tra gli alberi spogli di amarene una vecchia cascina. Era una costruzione dalla tipica architettura agricola di fine '800, con mattoni refrattari color vinaccia, un alto porticato, il pozzo al centro dell'aia ed il fienile a nido d'ape sopra la stalla. Noi, per distrarci, la osservavamo distrattamente dalla finestra, mentre giocavamo a carte e bevevamo thé, ascoltando vecchi long playing dei Rolling Stones, che sua sorella custodiva gelosamente dentro buste di plastica al riparo dalla polvere e dall'usura del tempo.
Eravamo ignari di essere tra gli ultimi osservatori di una civiltà destinata ad una rapida estinzione.
Infatti, ogni talvolta che un fangoso e malandato camioncino Lupetto arrivava nei paraggi, dall'abitacolo sbucavano fuori un paio di ometti incartapecoriti che, con un paio di mazzate ben date, incominciavano a piantare nei terreni circostanti dei paletti di legno colorati per metà di rosso, a delimitare l'area del prossimo cantiere.
In realtà, per noi ragazzini era una festa perché gli scavi che seguivano avrebbero creato dei veri e propri set cinematografici. Strani scenari lunari, fatti da dune di terra alte fino a cinque metri che diventavano i nostri immaginari pianeti interstellari, da esplorare e civilizzare. Quella prospettiva ci faceva sentire un po' come la ciurma di Hernàn Còrtez che, appena messo piede nello Yucatan, tutto ciò a cui pensava era all'oro che ne avrebbe ricavato, non certo alle conseguenze per ricercarlo e strapparlo ai legittimi proprietari. In quei luoghi della nostra fantasia immaginavamo di vivere una vita tribale, preumana. Accendevamo falò tra i lugubri scheletri di cemento armato e andavamo a pescare i piccoli animaletti anfibi che sguazzavano nei laghetti di acqua piovana.
Così, mentre la civiltà inghiottiva metro dopo metro l'inerme campagna, i contadini barattavano le loro pertiche di terreno con gli immobili che ci venivano costruiti sopra. E finivano col sostituire i trattori Iveco con le lucide e ultraccessoriate Mercedes.
Anche noi, col passare dei mesi, avremmo visto sfiorire quelle nostre fantasie di adolescenti vedendole trasformarsi rapidamente nel sogno del boom economico. Sia che fossero condomini di case popolari o isolati new-liberal residenziali. Quegli orizzonti desolati e quelle lande selvagge, a noi tanto care, andavano a concretizzarsi nei british green autoirriganti e nei campi da tennis dal morbido terital ad assorbimento fonico. Oppure nei monoliti (simili a quelli di Stonehendge) delle Case Popolari, palazzi chiassosi come uno zoo ed invitanti come un carcere di massima sicurezza.
Tra i tanti dischi che ci passavano per le mani (quasi tutti prestati da un suo amico della squadra di basket), un pomeriggio, mi capitò di ascoltarne in particolare uno - a dire il vero con poco entusiasmo - di Antonello Venditti. Erano gli anni in cui certa musica italiana non godeva di grande popolarità né di interesse. Spesso la si cestinava velocemente (e anche volentieri) ancora prima di averla ascoltata. A priori non reggeva il fascino con la musica anglosassone, finendo quasi sempre col risultare troppo "leggera", dando al termine un senso il più dispregiativo possibile. Spesso, infatti, sembrava mancare di sapore, di profondità. Appariva come insipida, nonostante gli ingredienti fossero in buona sostanza gli stessi di sempre. Certamente erano questioni di pregiudizio.
Tuttavia in quel disco c'era una canzone che mi aveva piacevolmente sorpreso per via della coda nel finale, un gradevole giro di accordi allungato ad hoc allo scopo di far persistere il piacere dell'ascolto. Sul retro della copertina scoprivo poi, tra i ringraziamenti, il nome dell'artista americano al quale Venditti aveva preso in prestito il finale (*). Per la prima volta leggevo il nome di Bruce Springsteen.
Il mattino che lo accompagnai all'aeroporto, per riprendere l'aereo che lo avrebbe riportato a casa e alla sua nuova vita, era di domenica. Le strade erano deserte. "Dove sono tutti, a messa?" chiese scherzando. Il tragitto da casa mia a Linate fu tutto quello che rivide della sua adolescenza da quelle parti. Ma non ci badò molto. Per una volta l'aereo era in orario, c'era solo il tempo per un altro caffè. Poi lo lasciai ai controlli di sicurezza e al check-in, impeccabile come quando era arrivato, solo un po' confuso in mezzo ai business-men e ai turisti.
Quando, bloccato in mezzo al traffico di Milano mezz'ora dopo, sentii fischiare sopra la mia testa il jet che decollava, pensai a lui, alle sue vecchie bottiglie e a quel Bruce Springsteen, the last hero con il giubbotto di pelle. Pensai al mondo in cui eravamo cresciuti e avrei voluto che non fosse partito ancora, per potergli dire ancora una volta grazie per quei pomeriggi velati, a casa sua, in inverno.
© paroleopache
(*) Antonello Venditti: "Per Sempre Giovane" - Ullalla 1976
Cover Artist: Frank Stefanko
Etichetta: Cbs
Anno: 1978
Io candidamente gli avevo appena confessato che ero sorpreso di trovarlo così bene. Lui, viceversa, nel salutarmi, ridacchiò. "Qualche anno fa, quando facevo lunghi viaggi in aereo, in treno, addirittura in autobus, bevevo così tanto che all'arrivo non sapevo nemmeno dove mi trovavo. Stavolta in tutto il viaggio ho bevuto soltanto due Diet Coke..."
Non mi restava altro che credergli mentre la macchina, sulla quale nel frattempo eravamo saliti, stava già scivolando lungo la strada, verso Torino. E dire che c'erano voluti mesi perché riuscissi a trovarlo, lo convincessi a venire ed organizzassi tutto. Nel frattempo, per una strana coincidenza, lui era resuscitato. Umanamente intendo. Era fuori dal buco nero dell'alcool e dei vizi. L'uomo che mi stava di fronte a pranzo, il giorno del suo arrivo, non aveva nulla del folle ragazzino irresponsabile che avevo conosciuto così bene e di cui avevo sentito parlare da altri negli ultimi anni. Mi sembrava talmente una persona... diversa che trovavo indelicato persino fargli delle domande.
Ma davanti al mio imbarazzo, mentre vedevo il cameriere servirci la prima bottiglia di vino, fu proprio lui a parlarne. "No, non bevo più, non ne tocco più neanche un goccio. Sai, mi ero ridotto a uno straccio. Tutti sanno ubriacarsi, ma solo alcuni sapevano farlo con la mia determinazione. La cosa che più mi colpisce - se mi guardo indietro - é la constatazione di essere ancora vivo. Solo due anni fa mi facevo una media di ventotto birre al giorno e la sera finivo, da solo, due bottiglie di vino per... diciamo così... rimettermi in sesto. Ed ero lontano mille miglia dal considerarmi un alcoolizzato. Poi ho cominciato a vedere quelle schifezze che attraversavano il pavimento della mia cucina. Serpenti, ragni... sai, roba del genere. Passavo intere giornate ad aspettarli per schiacciarli con un martello, senza rendermi conto che erano solo nella mia testa. Quando finalmente mi hanno messo in ospedale il problema più grosso é stato disintossicarmi dal lievito di birra. Ne bevevo così tanta che non potevo più farne a meno. Il lievito ti si attacca al cervello, é come una crosta sottile che ti soffoca. Il vino? No quello ormai mi fa ubriacare dopo soli due bicchieri. Semmai ci ho rimesso il fegato. Avrai visto il colorito? Bé, allora avresti dovuto vedermi prima! Del resto noi alcoolisti ci ubriachiamo in maniera diversa da voi semplici bevitori, ma più o meno per la stessa medesima ragione".
Rideva mentre gli ricordavo che anche Dylan Thomas la pensava così in merito agli alcoolici.
"Quando ho incominciato, alla fine degli anni settanta era divertente. Era divertente perché era il modo più economico per ritagliarti addosso l'etichetta del "personaggio". Facevo cose che nessuno, tra quelli della mia età, aveva il coraggio di fare. Bere molto, moltissimo anzi. Eri libero di farlo e lo facevi per capire meglio te stesso. O per non capirci niente del tutto. Poi anche questo é diventato un lavoro, un'industria. Peggio: col passare del tempo é diventato uno schifoso commercio controllato solo da chi trae solo dei profitti. Multinazionali, governi, medici, psichiatri. Per loro, poi, sei solo una cavia. Ti studiano, ti spremono come se fossi un topo da laboratorio. Solo per avere un goccio mi toccava accettare tutto un modo di viverlo, anzi diventava una vera e propria ragione di vita. Se uscivo a fare due passi dovevo stabilire il percorso in anticipo. Sempre quello e non lo cambiavo mai! Quando mi capitava di farlo era perché il bar aveva il giorno di chiusura. Dovevo essere sempre sicuro di essere vicino ad un locale aperto nel raggio di cento metri. Sai... nel caso in cui mi fosse venuta una crisi di astinenza".
Al di fuori del malato cronico - ormai più fisico che mentale - incominciavo a capirlo come uomo.
Era come una specie di eroe che, ad un certo punto, si era reso conto che il personaggio da lui stesso creato stava diventando più 'vero' della sua stessa personalità. E non c'era alcool che tenesse di fronte alla voglia di dimostrare a se stesso di essere in grado di cambiare vita. Del resto stava invecchiando (io con lui) ed era anacronistico continuare a recitare il ruolo del disadattato cronico quando tutti ormai, intorno a te, avevano famiglia e figli o si erano sistemati in banca. Non che ambisse a quel genere di aspirazione sociale - dio mio, certo che no! - ma il solo fatto che parlasse in continuazione di quegli anni, dimostrava che era come se cercasse di chiarirsi le idee una volta per tutte.
Di sicuro non lo faceva per giustificarsi.
Alla fine del pranzo, prima di bere due caffé, uno di seguito all'altro ("E' tutto quello che mi é rimasto" dice sogghignando), ordina delle bustine di zucchero dietetico. Gli chiedo se é a dieta. "No, è perchè assomiglia al lievito di birra", mi risponde glaciale. Poi ci pensa un attimo e ride. Ha una risata piena di echi, rugginosa e vagamente satinata che non può far altro che di terminare con un violento colpo di tosse.
Quando gli faccio notare che non é il caso che sputi pezzi di polmone proprio lì, nel ristorante, si ricompone subito. "Ok, andiamo a vederci questo concerto del Boss. E' da quando avevamo sedici anni che lo aspettiamo, giusto? Dopodiché potrò crepare in santa pace".
Ai tempi del liceo, in inverno passavo la maggior parte dei pomeriggi a casa sua. La intravedevo in fondo alla strada che si allungava davanti la finestra della mia cucina. Era una via stretta e breve, punteggiata da basse villette squadrate, identiche le une alle altre per forma e colore giallo-ocra o rosso-mattone. Tutte quante avevano tetti con tozzi comignoli storti, garages interrati e ortensie fucsia o blu ad ornare i cancelli d'ingresso.
La sua era l'ultima in fondo alla strada, leggermente isolata dalle altre. Era sul delimitare con i campi di granoturco dai quali era separata da un piccolo fosso a fare da separatore naturale tra le due civiltà. Fin lì si era spinto il progresso: l'asfalto, i semafori, i pali in legno della corrente elettrica e le centraline telefoniche. Più in là, mimetizzata nei campi e appiccicata oltre il nebbioso orizzonte sfocato, quasi fosse il sinistro quartier generale nemico, sbucava tra gli alberi spogli di amarene una vecchia cascina. Era una costruzione dalla tipica architettura agricola di fine '800, con mattoni refrattari color vinaccia, un alto porticato, il pozzo al centro dell'aia ed il fienile a nido d'ape sopra la stalla. Noi, per distrarci, la osservavamo distrattamente dalla finestra, mentre giocavamo a carte e bevevamo thé, ascoltando vecchi long playing dei Rolling Stones, che sua sorella custodiva gelosamente dentro buste di plastica al riparo dalla polvere e dall'usura del tempo.
Eravamo ignari di essere tra gli ultimi osservatori di una civiltà destinata ad una rapida estinzione.
Infatti, ogni talvolta che un fangoso e malandato camioncino Lupetto arrivava nei paraggi, dall'abitacolo sbucavano fuori un paio di ometti incartapecoriti che, con un paio di mazzate ben date, incominciavano a piantare nei terreni circostanti dei paletti di legno colorati per metà di rosso, a delimitare l'area del prossimo cantiere.
In realtà, per noi ragazzini era una festa perché gli scavi che seguivano avrebbero creato dei veri e propri set cinematografici. Strani scenari lunari, fatti da dune di terra alte fino a cinque metri che diventavano i nostri immaginari pianeti interstellari, da esplorare e civilizzare. Quella prospettiva ci faceva sentire un po' come la ciurma di Hernàn Còrtez che, appena messo piede nello Yucatan, tutto ciò a cui pensava era all'oro che ne avrebbe ricavato, non certo alle conseguenze per ricercarlo e strapparlo ai legittimi proprietari. In quei luoghi della nostra fantasia immaginavamo di vivere una vita tribale, preumana. Accendevamo falò tra i lugubri scheletri di cemento armato e andavamo a pescare i piccoli animaletti anfibi che sguazzavano nei laghetti di acqua piovana.
Così, mentre la civiltà inghiottiva metro dopo metro l'inerme campagna, i contadini barattavano le loro pertiche di terreno con gli immobili che ci venivano costruiti sopra. E finivano col sostituire i trattori Iveco con le lucide e ultraccessoriate Mercedes.
Anche noi, col passare dei mesi, avremmo visto sfiorire quelle nostre fantasie di adolescenti vedendole trasformarsi rapidamente nel sogno del boom economico. Sia che fossero condomini di case popolari o isolati new-liberal residenziali. Quegli orizzonti desolati e quelle lande selvagge, a noi tanto care, andavano a concretizzarsi nei british green autoirriganti e nei campi da tennis dal morbido terital ad assorbimento fonico. Oppure nei monoliti (simili a quelli di Stonehendge) delle Case Popolari, palazzi chiassosi come uno zoo ed invitanti come un carcere di massima sicurezza.
Tra i tanti dischi che ci passavano per le mani (quasi tutti prestati da un suo amico della squadra di basket), un pomeriggio, mi capitò di ascoltarne in particolare uno - a dire il vero con poco entusiasmo - di Antonello Venditti. Erano gli anni in cui certa musica italiana non godeva di grande popolarità né di interesse. Spesso la si cestinava velocemente (e anche volentieri) ancora prima di averla ascoltata. A priori non reggeva il fascino con la musica anglosassone, finendo quasi sempre col risultare troppo "leggera", dando al termine un senso il più dispregiativo possibile. Spesso, infatti, sembrava mancare di sapore, di profondità. Appariva come insipida, nonostante gli ingredienti fossero in buona sostanza gli stessi di sempre. Certamente erano questioni di pregiudizio.
Tuttavia in quel disco c'era una canzone che mi aveva piacevolmente sorpreso per via della coda nel finale, un gradevole giro di accordi allungato ad hoc allo scopo di far persistere il piacere dell'ascolto. Sul retro della copertina scoprivo poi, tra i ringraziamenti, il nome dell'artista americano al quale Venditti aveva preso in prestito il finale (*). Per la prima volta leggevo il nome di Bruce Springsteen.
Imparavo un sacco di cose, in quei pomeriggi, sulla musica. E soprattutto su me stesso, sui miei interessi e i miei gusti. Al punto che iniziavo a pensare che, dopotutto, quel mio hobby dovesse essere una vera e propria vocazione e che quello che avevo sempre considerato come un universo parallelo, altro non era che il mio universo, privato e unico. Avevo la sensazione che non fosse solamente una questione di intrattenimento ma molto, molto di più. Era qualcosa che non riuscivo a spiegarmi, come una vampata che infiammava la mia fantasia, stimolava i pensieri e che attizzava i miei neuroni.
Com'era possibile, infatti, che bastava che leggessi il testo di una canzone una sola volta per ricordarlo a memoria? Come riuscivo a registrare interamente i nomi dei componenti di svariate band, di complete discografie, anni di produzione e case discografiche, senza fare la minima fatica? Cosa succedeva nel mio cervello perché alcuni argomenti fossero più facilmente immagazzinabili rispetto ad altri? Che senso aveva menzionare i nomi e gli indirizzi degli hotel di mezzo mondo, quelli dove soggiornava la storia del rock? O i nomi dei grafici che creavano le copertine e quelli dei fonici di sala?
Suppongo che ciascuno di noi abbia uno speciale modo di riferirsi alla propria memoria quando questa riguarda le persone, le cose importanti oppure per ciò che concerne l'ascolto o la visione di quello che colpisce la propria sensibilità. Molte volte, da quando ho iniziato ad appassionarmi all'arte, ho provato ad interrogarmi sui motivi che mi spingevano a preferire determinati artisti rispetto ad altri, e perché la mia concentrazione - nel corso del tempo - torna a riferirsi sempre più spesso e sempre più intensamente ad un certo numero di nomi, per me essenziali e fondamentali.
Questo accade a tutti, mi dicevo, a prescindere dai molteplici generi espressivi per i quali ciascun individuo sente di avere maggiore affinità. Ma, ciononostante, la tentazione più forte era quella di sostenere il mio trasporto emotivo con l'ausilio di aggettivi altisonanti, complicate iperbole e toni apocalittici che tentavano di rendere ciò che mi appassionava come qualcosa di unico e inestimabile. "Fondamentale!", dicevo, "Capolavoro!", "Imperdibile!".
Nello spazio di un'estate (quella del '79) Bruce Springsteen aveva incarnato tutto questo. Seppure solo per quel breve periodo, era stato per noi uno dei pochi antieroi credibili della musica rock. Un umile e mite bullo di periferia. Uno di quelli con una sana dose di ostinazione, virulenza, ed un personale senso di giustizia. Un ribelle transgender della working class che cantava i classici del rhythm & blues ma, nello stesso tempo, esigeva l'indipendenza creativa per la propria produzione artistica, contro i colossi del disco. E gli sciacalli, finché le vendite andavano a gonfie vele, gliela davano pure. Poi, all'apice della sua carriera (subito dopo l'uscita di The River) mentre le major si aspettavano l'ennesimo album fotocopia per consacrarlo e mercificarlo commercialmente, lui, il Boss, incideva in completo isolamento - con un registratore quattropiste Ministudio Teac e un paio di microfoni - un disco che ripartiva dalle radici della tradizione folk e del talkin' blues, come ai tempi di Woody Guthrie e Pete Seeger. Solo voce, armonica e chitarra. Al diavolo il resto.
Scrutandosi nello specchietto retrovisore, cercava di togliersi dal viso i residui di briciole dell'hot-dog comprato all'autogrill. "Dio mio, sembro un tossico travestito... una drag queen da balera! Ma quanto ho dormito?" esclamò con una voce che sembrava carta vetrata. Sul tappetino di peluche della mia macchina si ammucchiavano indistintamente chewingum, carta appallottolata e tuc-tuc sbriciolati. Il cruscotto era già ricoperto di cenere di sigaretta da un po'. Prendeva a pugni e tamburellava sul bordo del sedile, sulle note di "Raise your hand", nella versione live di un brano di Eddie Floyd. Poi inizia a dondolare la testa, in silenzio, al ritmo di "One Step Up", una ballata struggente e delicata dal titolo ottimista (ma che poi ti frega):
"Bird on a wire outside my motel room, But he ain't singin'
Girl in white outside a church in june, But the church bells they ain't ringing
I'm sittin' here in this bar tonight, But all I'm thinkin' is
I'm the same old story, same old act
One step up and two steps back"
Ma, fortunatamente, né io né lui facciamo caso alle parole. Oppure fingiamo.
"Ti ricordi quando lo ascoltavamo per tutto il giorno? Tu avevi addirittura un tremendo poster appeso in camera. Mi sembra di vederlo ancora: il Boss con addosso un maglioncino a strisce multicolori, di due misure più piccolo e la faccia di uno tirato giù dal letto con una secchiata d'acqua ...bè, un po' come la mia adesso. Ma dove l'avevi beccato? Era bruttissimo!". Già... era veramente orribile. Mi ero quasi dimenticato di quel poster. Oggi nessun artista autorizzerebbe mai la distribuzione di una simile foto pubblicitaria. Aveva persino un grosso foruncolo sulla guancia, eredità di una acne mal curata.
"Boh, non mi ricordo..., credo fosse l'inserto centrale di Ciao 2001, ai tempi di The River... C'è rimasto appeso per tutto l'inverno. Poi, come per incanto è sparito. Così come è sparita la passione per il Boss. Che strano eh? Per un certo periodo non ascolti altro e poi... pufff... finisce tutto in soffitta, assieme alle vecchie foto e i pelouche".
Avrei fatto di tutto per glissare sull'argomento e per non cascare sui vaghi discorsi densi di rimpatriate musicali. del "come eravamo" e altri blàblàblà.
Una inutile fatica.
"Ti ricordi quando lo ascoltavamo per tutto il giorno? Tu avevi addirittura un tremendo poster appeso in camera. Mi sembra di vederlo ancora: il Boss con addosso un maglioncino a strisce multicolori, di due misure più piccolo e la faccia di uno tirato giù dal letto con una secchiata d'acqua ...bè, un po' come la mia adesso. Ma dove l'avevi beccato? Era bruttissimo!". Già... era veramente orribile. Mi ero quasi dimenticato di quel poster. Oggi nessun artista autorizzerebbe mai la distribuzione di una simile foto pubblicitaria. Aveva persino un grosso foruncolo sulla guancia, eredità di una acne mal curata.
"Boh, non mi ricordo..., credo fosse l'inserto centrale di Ciao 2001, ai tempi di The River... C'è rimasto appeso per tutto l'inverno. Poi, come per incanto è sparito. Così come è sparita la passione per il Boss. Che strano eh? Per un certo periodo non ascolti altro e poi... pufff... finisce tutto in soffitta, assieme alle vecchie foto e i pelouche".
Avrei fatto di tutto per glissare sull'argomento e per non cascare sui vaghi discorsi densi di rimpatriate musicali. del "come eravamo" e altri blàblàblà.
Una inutile fatica.
"Cosa vuoi farci vecchio mio ...this is rock. E' composto da tanti piccoli mattoncini, un po' come il Lego: con uno solo non ci fai proprio un bel niente, e con due neanche. Devi averne una bella manciata per cominciare a divertirti. Se avessimo ascoltato Springsteen tutta la vita saremmo ammuffiti anche noi, come i pelouche. Voglio dire... prendi "Rosalita", é stata o no la migliore canzone d'amore che abbia mai scritto il Boss? Anzi la migliore tutti i tempi! ... e guarda adesso! Negli ultimi tempi si é un po' rammollito, ha messo su famiglia, magari anche due belle maniglione dell'amore, e cosa fa? Ora, non pretendo di certo che scriva pezzi tutti all'insegna del "ti odio-sei uno stronzo bastardo-vai a farti fottere" ma, insomma, neanche roba buona solo per i teenager. A quel tempo ci era più simpatico perché non aveva una faccia da checca - come Jackson Browne, per capirci - e poi perché portava la canottiera sotto il giubbotto di pelle quando tutti gli altri si vestivano con camicie hawaiane e si cotonavano i capelli... Inoltre non era simpatico né alle mamme né alle tue compagne di classe! Poteva piacere a due marginali come noi perché non aveva la pretesa di riscattare le esistenze. Non frignava e non aveva la pretesa di darci spiegazioni su tutti i nostri "perché" del cazzo. Tuo padre era operaio e il mio elettricista, cosa diavolo dovevamo ascoltare? Mozart forse? Barry White? i Bee Gees? Invece no, vaffanculo. Era lui il vero camallo del rock and roll, ecco perch...".
"Toh, guarda..." dico fingendomi stupito "...barriera di Torino a 1 km. Siamo quasi arrivati".
Salvato in extremis.
"Toh, guarda..." dico fingendomi stupito "...barriera di Torino a 1 km. Siamo quasi arrivati".
Salvato in extremis.
Bruce Springsteen, "Darkness / Front Cover / Full Frame. © Frank Stefanko, 1978.
The "Darkness on the Edge of Town" front cover photograph, full frame. The way it was originally shot.
The "Darkness on the Edge of Town" front cover photograph, full frame. The way it was originally shot.
Il principale ricordo che legava noi a Bruce Springsteen risaliva, però, al primo giorno dell'estate del 1978, all'uscita di Darkness On The Edge Od Town.
Avevamo pianificato tutto: ritrovo sotto casa mia, all'angolo coi giardini pubblici / breve conta degli spiccioli non sbagliarsi con la contabilità / il treno delle 8e21 / sette fermate di metrò / caffè al bar in attesa dell'apertura negozi / dalle case alle strade solo rumori di tazze-posate-litigi-televisioni accese / dalle strade alle case solo rumori di auto-clacson-tram-sirene / alle ore 9 in punto si procedeva con l'acquisto di Darkness on the Edge of Town e Migration di Zachary Richard).
Poi nuovamente la metrò / il treno delle 10e45 e il rientro alla base poco prima dell'ora di pranzo. Tutto millimetricamente cronometrato. Come una piccola posse votata al sacrificio eravamo decisi a spingerci fino all'immolazione pur di portare a termine il nostro raid musicale. E ritornare verso casa da eroi, in odore di medaglia al valore. Ma questo piccolo successo altro non era che un valore aggiunto allo sbalordimento che ci stava attendendo.
Già al primo ascolto, c'era qualcosa in quel disco che si irradiava e doveva essere a tutti i costi trasmesso e tramandato. Altrimenti avrebbe imploso e il mondo, inconsapevolmente, si sarebbe trovato a patire una terribile perdita. Un'altra anima, dalle epiche dimensioni, si sarebbe dissolta.
Le frequenze massicce, quasi invadenti, delle chitarre pulsavano potenti. L'armonica provocava ondate alte e lunghe, come tsunami dentro i nostri cervelli e dentro le nostre viscere, per poi diffondersi ovunque, cancellando i pensieri. Era come se la musica entrasse in casa con una decina di valigie e si installasse nella stanza spostando anche il mobilio. Ci vibrava dentro la testa, facendo da colonna sonora alle nostre sinapsi e a tutto quello che era depositato là: dai ricordi d'infanzia, ai numeri di telefono, alle nozioni scolastiche.
Era l'inizio di Promised Land, e noi lì, imbalsamati, ad ascoltarla.
Avevamo pianificato tutto: ritrovo sotto casa mia, all'angolo coi giardini pubblici / breve conta degli spiccioli non sbagliarsi con la contabilità / il treno delle 8e21 / sette fermate di metrò / caffè al bar in attesa dell'apertura negozi / dalle case alle strade solo rumori di tazze-posate-litigi-televisioni accese / dalle strade alle case solo rumori di auto-clacson-tram-sirene / alle ore 9 in punto si procedeva con l'acquisto di Darkness on the Edge of Town e Migration di Zachary Richard).
Poi nuovamente la metrò / il treno delle 10e45 e il rientro alla base poco prima dell'ora di pranzo. Tutto millimetricamente cronometrato. Come una piccola posse votata al sacrificio eravamo decisi a spingerci fino all'immolazione pur di portare a termine il nostro raid musicale. E ritornare verso casa da eroi, in odore di medaglia al valore. Ma questo piccolo successo altro non era che un valore aggiunto allo sbalordimento che ci stava attendendo.
Già al primo ascolto, c'era qualcosa in quel disco che si irradiava e doveva essere a tutti i costi trasmesso e tramandato. Altrimenti avrebbe imploso e il mondo, inconsapevolmente, si sarebbe trovato a patire una terribile perdita. Un'altra anima, dalle epiche dimensioni, si sarebbe dissolta.
Le frequenze massicce, quasi invadenti, delle chitarre pulsavano potenti. L'armonica provocava ondate alte e lunghe, come tsunami dentro i nostri cervelli e dentro le nostre viscere, per poi diffondersi ovunque, cancellando i pensieri. Era come se la musica entrasse in casa con una decina di valigie e si installasse nella stanza spostando anche il mobilio. Ci vibrava dentro la testa, facendo da colonna sonora alle nostre sinapsi e a tutto quello che era depositato là: dai ricordi d'infanzia, ai numeri di telefono, alle nozioni scolastiche.
Era l'inizio di Promised Land, e noi lì, imbalsamati, ad ascoltarla.
Il mattino che lo accompagnai all'aeroporto, per riprendere l'aereo che lo avrebbe riportato a casa e alla sua nuova vita, era di domenica. Le strade erano deserte. "Dove sono tutti, a messa?" chiese scherzando. Il tragitto da casa mia a Linate fu tutto quello che rivide della sua adolescenza da quelle parti. Ma non ci badò molto. Per una volta l'aereo era in orario, c'era solo il tempo per un altro caffè. Poi lo lasciai ai controlli di sicurezza e al check-in, impeccabile come quando era arrivato, solo un po' confuso in mezzo ai business-men e ai turisti.
Quando, bloccato in mezzo al traffico di Milano mezz'ora dopo, sentii fischiare sopra la mia testa il jet che decollava, pensai a lui, alle sue vecchie bottiglie e a quel Bruce Springsteen, the last hero con il giubbotto di pelle. Pensai al mondo in cui eravamo cresciuti e avrei voluto che non fosse partito ancora, per potergli dire ancora una volta grazie per quei pomeriggi velati, a casa sua, in inverno.
© paroleopache
(*) Antonello Venditti: "Per Sempre Giovane" - Ullalla 1976






