Album: Crac!
Anno: 1975
Cover Artist: Frankenstein
Etichetta: Cramps Records
1976
OTTO MESI PRIMA
Il contesto sociale nel quale si inserivano le prime esperienze di musica d'avanguardia, che si ricollegava alle grandi correnti anglo-americane, aveva uno spirito politico ed una essenza culturale assolutamente autoctona. In questo contesto, parole forti come rivoluzione, non rivestivano un mero valore velleitario ma erano parte di una trasformazione che era in atto, soprattutto, a livello personale. Individui protagonisti dei propri cambiamenti
Enrico ed io abitavamo in provincia e potevamo raggiungere la città solamente in treno. Da Milano eravamo distanti solamente una quindicina di minuti e tre fermate. Ma, una volta arrivati, dovevamo ancora attraversarla in lungo e in largo per scovare quei particolari negozietti di dischi che avessero le copie (solitamente contate) degli artisti e gruppi più underground, con la speranza di trovare il ricercato bottino. La nostra principale miniera aveva un nome: Disco Club che, come tutte le miniere, si trovava sottoterra, in un mezzanino della stazione metropolitana di Cordusio.
Oggi il negozio non c'è più, ha chiuso i battenti, ma rivive ancora sotto forma di blog continuando a diffondere buona musica per intenditori.
Nell'hinterland, però, era tutta un'altra cosa: fuori città le case erano strane, quasi gobbe e con la forma di raffinerie, con omini pancerosse e testevuote che comandavano mulini esageratamente arcigni. Uomini sporchi, che soffocavano le piante, che parlavano troppo, che non sapevano dire quello che pensavano. Affacciati, coi capelli e gli occhi stirati dal vento, li sentivo macinare, smozzicare, triturare, impastare, cigolare. Stavano lì come rovesciati, con le vene in bella mostra, con le loro giugule, i fasci di nervi e le pupille rivoltate.
In quei posti la voce del treno si faceva sirena, e quando faceva sentire la sua voce era solo per ricordare la fine di un turno di lavoro. Allora la motrice diventava una guancia aperta e guidava le sue carrozze nel buio totale, verso casa, in provincia, nel nostro paesino/dormitorio che, intanto, si stiracchiava impaziente, tirando mattino, per poi svuotarsi di nuovo verso la Grande Città.
GIUGNO 1979
Bertold Brecht scrisse: "beato il popolo che non ha bisogno di eroi". Come dargli torto? Quando non si è più capaci di guardare avanti (o si ha paura di farlo) ci si rifugia volentieri nelle immutevoli certezze del passato, quelle che non appassiscono, che non cambiano. Quelle che non tradiscono mai. Sono come un'ancora incastrata nello scoglio: se hai un mito per le mani, la salvezza e la redenzione sono sempre a disposizione.
Efstràtios Dimitrìu, il greco nato ad Alessandra d'Egitto e vissuto in Italia, moriva a New York il tredicesino giorno di quel mese, stroncato da un collasso cardiocircolatorio. Era stato ricoverato al Policlinico di Milano il due di aprile, sofferente di aplasia midollare che si circostanziava in una ridottissima attività delle funzioni del midollo spinale. Il giorno seguente si sarebbe dovuto tenere un concerto all'Arena per raccogliere i fondi necessari al trapianto.
Anno: 1975
Cover Artist: Frankenstein
Etichetta: Cramps Records
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| "Noi portiamo un nuovo mondo dentro di noi, e questo mondo, ogni minuto che passa, cresce. Sta crescendo, anche adesso che io sto parlando con te" Buenaventura Durruti |
Il viaggio stava iniziando dalle sabbie del Teatro Uomo, ma la cosa più difficile era capire se questo viaggio iniziava dall'uomo che si appoggiava all'asta oppure se dal microfono che pendeva dalla sua bocca.
Tutto questo succedeva in una notte (piuttosto sudata) di molti anni fa.
Tutto questo succedeva in una notte (piuttosto sudata) di molti anni fa.
1976
Si era formato (o meglio sarebbe dire creato) un treno. Un treno perfetto, dalle paratie d'acciaio nichelato. Come una scheggia lucida che si muoveva confondendosi nella sera color malva, su binari improvvisati, modellati in completo disordine e piombati giù in terra dal cielo. Sagomati di nero e deliziosamente saparati da ciottoli. Come crepe buie nel ghiaccio.
Questo treno si tuffava nei tunnel con la proverbiale avidità della sua giovinezza anche se spesso, nelle salite più impegnative, si ritrovava sbuffante e gorgogliante, come se nello stantuffo circolassero acidi e gas birrosi. La motrice era comunque magnifica e ben disegnata da un capace ingegnere. Tanto ben disegnata da sembrare, in particolari condizioni di luce, che avesse occhi, naso e bocca.
La sua voce, poi, era inconfondibile, una spanna più nitida del fischio di quelle incredibili locomotive che i vagabondi riconoscevano e amavano come femmine. Avevo già avuto occasione di ascoltare i leggendari racconti che circolavano su quel treno, ma soltanto quella sera di primavera, per la prima volta in assoluto, potevo finalmente salirci sopra. E, come catapultato in un mondo che avevo solo immaginato, ora che ero a bordo, mi faceva impressione e timore.
Capivo che la musica prodotta dal suo motore era cosa solida, che bisognava aver paura a stare di fronte all'asta del suo microfono o al suo amplificatore. Perchè ne uscivano pugni e spinte. Forza vera, che si poteva vedere e toccare, come lo spostamento d'aria che soffiava dalle casse e che sbalordiva chiunque, ubriacando anche i pendolari più veterani e assidui. Figuriamoci poi per me, infiacchito com'ero da una madre che urlava di continuo di abbassare il volume del mio impianto hi-fi.
La sua voce, poi, era inconfondibile, una spanna più nitida del fischio di quelle incredibili locomotive che i vagabondi riconoscevano e amavano come femmine. Avevo già avuto occasione di ascoltare i leggendari racconti che circolavano su quel treno, ma soltanto quella sera di primavera, per la prima volta in assoluto, potevo finalmente salirci sopra. E, come catapultato in un mondo che avevo solo immaginato, ora che ero a bordo, mi faceva impressione e timore.
Capivo che la musica prodotta dal suo motore era cosa solida, che bisognava aver paura a stare di fronte all'asta del suo microfono o al suo amplificatore. Perchè ne uscivano pugni e spinte. Forza vera, che si poteva vedere e toccare, come lo spostamento d'aria che soffiava dalle casse e che sbalordiva chiunque, ubriacando anche i pendolari più veterani e assidui. Figuriamoci poi per me, infiacchito com'ero da una madre che urlava di continuo di abbassare il volume del mio impianto hi-fi.
Le canzoni che conoscevo venivano stravolte, dilatate, distorte e riassemblate come patchwork. Canovacci immacolati da imbrattare con ritmi free jazz, riff mediorientali e merletti rock. Mentre rimanevo fissato a terra, inchiodato al pavimento come per paura di una improvvisa mancanza di gravità, il pubblico - quegli instancabili habituè che spesso viaggiavano su quel treno - urlava e zittiva, applaudiva e fischiava, tutti immersi nell'umidità della sala stracolma di sudore e nebbia. Arrabbiati e felici. Tutti quanti avvolti in una spessa coltre di fumo e brividi.
Una puzza acre e persistente di orina usciva dalla toilette dove, distesi in un pavimento viscido e immondo, un paio di giovani ragazzi rimanevano seduti con le spalle appoggiate al muro, a ridosso del loro stesso vomito, e con la testa ciondolante. Insensibili al mondo e quell'olezzo nauseante. Oltre quella porta, invece, un alone caldo di vapore leggero veniva agitato dal ruggito della locomotiva che pompava decibel, trasportando tutto il suo carico verso il delirio. Era l'alito di un coro, stonato e isterico, che partecipava a squarciagola al finale corale di Gioia e Rivoluzione. Poi, di colpo, le paratie d'acciaio diventavano, all'interno della sala, morbidi legni che il riflesso dei led delle strumentazioni coloravano di rosso per celebrare il brano che chiudeva lo show: un lancinante, prepotente e aggressivo crescendo di ultrasuoni sintetici, al limite del sopportabile acustico umano, dedicato alla memoria ed alla figura di Ulrike Meinhof.
Lobotomia era il self-service del "brain surgery" senza anestetico, dove il confine tra suono e rumore (già teoria per John Cage) veniva demolito. Al termine del brano, per una manciata di secondi ancora, tenevamo ancora le mani a protezione dei nostri timpani, innalzando quel momento di silenzioso sgomento a rango di musica. Seggiolini, panchette ricoperte di coltrine e strapuntini. Tutto rotolava per l'intimità domestica.
Lobotomia era il self-service del "brain surgery" senza anestetico, dove il confine tra suono e rumore (già teoria per John Cage) veniva demolito. Al termine del brano, per una manciata di secondi ancora, tenevamo ancora le mani a protezione dei nostri timpani, innalzando quel momento di silenzioso sgomento a rango di musica. Seggiolini, panchette ricoperte di coltrine e strapuntini. Tutto rotolava per l'intimità domestica.
Il concerto stesso aveva un sapore d'aglio, dove anche l'aria soffiata dagli spiragli sembrava muovesse da sola il curioso copricapo dei faretti colorati che alternavano i fasci di luce sulle linee del viso dei cinque uomini sul palco. Persino il parquet nocciolato della pedana scricchiolava sotto i loro gomiti.
Quello che ai miei occhi poteva sembrare qualcosa di più simile ad un girone di dannati, diventava viceversa la terra fertile della mia consapevolezza. Da quel momento in poi la musica non sarebbe più stata assolutamente una questione di note e di melodia. Ogni qualvolta avrei cercato di riconoscere il lato positivo da quello negativo, distinguere il giusto dall'ingiusto o separare il bello dal brutto, lo avrei fatto legandomi a quella sensazione. Cercavo di trovarla fotografata e riprodotta da qualche altra parte, convinto che il ripetersi di una simile situazione interiore fosse l'indiscutibile giudizio su ciò che stavo ascoltando o vedendo.
OTTO MESI PRIMA
Il contesto sociale nel quale si inserivano le prime esperienze di musica d'avanguardia, che si ricollegava alle grandi correnti anglo-americane, aveva uno spirito politico ed una essenza culturale assolutamente autoctona. In questo contesto, parole forti come rivoluzione, non rivestivano un mero valore velleitario ma erano parte di una trasformazione che era in atto, soprattutto, a livello personale. Individui protagonisti dei propri cambiamenti
Non era, infatti, un caso che lo slogan più in voga all'epoca invitasse tutti ad una presa di coscienza, rimarcando in questo modo la necessità di un recupero differente e moderno del sapere individuale, considerato indispensabile per capire e ridisegnare una realtà e una quotidianità camuffate e mimetizzate. Una consapevolezza, quindi, che non veniva determinata da bisogni estetici ma da una voglia di espressione che si concretizzava nella scelta e nell'ascolto di musica difficile, adulta, complessa. A questo si devono aggiungere i riferimenti culturali verso i quali si indirizzava il mondo artistico: situazionismo, surrealismo, la scuola di Francoforte, Nuovi Filosofi per citarne alcuni, mentre in campo sociale si affrontavano temi che riguardavano il rapporto con il terrorismo e l'alienazione dei media e del lavoro. Ecco spiegato (forse) perchè furono anni di successo popolare per compositori impegnati, considerati 'colti' come John Cage, Luciano Berio, Charlemagne Palestine ed artisti del calibro di Kathy Barberian, Juan Hidalgo e Walter Marchetti, che si muovevano artisticamente proprio in questa ottica.
In quanto a me, almeno sotto quel profilo, oltre all'esuberanza dell'età, avevo anche la fortuna di crescere in un ambiente zeppo di stimoli, che mi permetteva di assimilare costantemente e in maniera determinante proprio quei valori estetici che, piano piano, aiutavano a farmi un'idea precisa del mio tempo, rispettandolo come di un periodo di grandi e importanti cambiamenti.
Ciò mi portava a intuire che la musica - spogliata del suo ruolo di puro intrattenimento - poteva uscire dal ghetto e diventare un veicolo culturale esplosivo e rappresentare splendidamente quella rabbia e quel bisogno di sovversione che albergava diffusamente tra la mia generazione. Certa musica, insomma, stava diventando uno strumento totale e veniva usata da soggetti in odore di radicalità. In questo senso, non a caso, uno tra i primi long playing che comprai fu proprio Crac! degli Area. E dire che per noi adolescenti di provincia, quel genere di acquisti erano vere e proprie conquiste, da pianificare con strategie come fossero battute di caccia alla volpe, data la scarsità di negozi della nostra piccola città.
Jyonson Tsu: "L'elefante Bianco"
2008年06月22日 ジョンソンtsu@大阪ムジカジャポニカ
June 22. 2008 Jyonson tsu@Osaka musica japonica
June 22. 2008 Jyonson tsu@Osaka musica japonica
Enrico ed io abitavamo in provincia e potevamo raggiungere la città solamente in treno. Da Milano eravamo distanti solamente una quindicina di minuti e tre fermate. Ma, una volta arrivati, dovevamo ancora attraversarla in lungo e in largo per scovare quei particolari negozietti di dischi che avessero le copie (solitamente contate) degli artisti e gruppi più underground, con la speranza di trovare il ricercato bottino. La nostra principale miniera aveva un nome: Disco Club che, come tutte le miniere, si trovava sottoterra, in un mezzanino della stazione metropolitana di Cordusio.
Oggi il negozio non c'è più, ha chiuso i battenti, ma rivive ancora sotto forma di blog continuando a diffondere buona musica per intenditori.
Nell'hinterland, però, era tutta un'altra cosa: fuori città le case erano strane, quasi gobbe e con la forma di raffinerie, con omini pancerosse e testevuote che comandavano mulini esageratamente arcigni. Uomini sporchi, che soffocavano le piante, che parlavano troppo, che non sapevano dire quello che pensavano. Affacciati, coi capelli e gli occhi stirati dal vento, li sentivo macinare, smozzicare, triturare, impastare, cigolare. Stavano lì come rovesciati, con le vene in bella mostra, con le loro giugule, i fasci di nervi e le pupille rivoltate.
In quei posti la voce del treno si faceva sirena, e quando faceva sentire la sua voce era solo per ricordare la fine di un turno di lavoro. Allora la motrice diventava una guancia aperta e guidava le sue carrozze nel buio totale, verso casa, in provincia, nel nostro paesino/dormitorio che, intanto, si stiracchiava impaziente, tirando mattino, per poi svuotarsi di nuovo verso la Grande Città.
A noi, non restava altro che telefonare a casa degli dèi in persona, chiamarli lassù, sulla cima dell'Olimpo del jazz, e chiedere se, casualmente, avessero in programma qualche concerto nei paraggi. Perchè quaggiù - a parte qualche locandina che invitava a qualche sagra paesana - certe informazioni non arrivavano proprio e, semmai fossero capitate, venivano maneggiate con estrema cura. Quasi fossero ordigni da disinnescare a cura degli artificieri della censura. Anche le onde medie delle prime Radio Democratiche (sic! prima di essere Libere, si chiamavano così), faticavano non poco a stazionare da quelle parti. Come boomerang aborigeni ritornavano direttamente al mittente. Tuuut..tuuut...tuuut... voci di donne alla cornetta.
"...pronto. No, mi dispiace, non è in casa. Tu chi sei?"
"...no, non c'è oggi, come hai detto che ti chiami?... ah, si, hai già chiamato un altra volta. Però adesso non c'è. Mi ricordi ancora il tuo nome?..."
"... è uscito cinque minuti fa. Ma tu non sei quello che chiama sempre? Com'è più il tuo nome?...".
Già, ma chi eravamo noi? Dire di essere due giovani e tenaci rompipalle che compravano i loro dischi e che telefonavano con l'unico scopo di conscere le daqte dei loro concerto, era dire la semplice verità. Ma era anche come mettere le dita nella presa della corrente, o nella ferita aperta.
La domanda corretta non doveva essere chi eravamo, ma da dove chiamavamo! Solo così avremmo potuto risolvere il nostro problema legato alla disinformazione.
"...pronto. No, mi dispiace, non è in casa. Tu chi sei?"
"...no, non c'è oggi, come hai detto che ti chiami?... ah, si, hai già chiamato un altra volta. Però adesso non c'è. Mi ricordi ancora il tuo nome?..."
"... è uscito cinque minuti fa. Ma tu non sei quello che chiama sempre? Com'è più il tuo nome?...".
Già, ma chi eravamo noi? Dire di essere due giovani e tenaci rompipalle che compravano i loro dischi e che telefonavano con l'unico scopo di conscere le daqte dei loro concerto, era dire la semplice verità. Ma era anche come mettere le dita nella presa della corrente, o nella ferita aperta.
La domanda corretta non doveva essere chi eravamo, ma da dove chiamavamo! Solo così avremmo potuto risolvere il nostro problema legato alla disinformazione.
Il risultato fu che quando, nel novembre del 1976, gli Area tennero un particolare (e contestatissimo) concerto nell'aula magna della Università Statale di Milano, venne gloriosamente affisso un solo poster (dico uno) nei pressi della stazione della mia ridente cittadina, per ricordare agli interessati - se mai ce ne fossero stati - che l'evento si sarebbe consumato la sera stessa dell'affissione.
Il manifesto, però, rimase appiccicato al muro per un tempo molto breve. Per evitare che certe notizie procurassero un devastante impatto sulla cittadinanza intera, lo staccai, ancora grondante di colla, e me lo portai a casa come un trofeo.
Il manifesto, però, rimase appiccicato al muro per un tempo molto breve. Per evitare che certe notizie procurassero un devastante impatto sulla cittadinanza intera, lo staccai, ancora grondante di colla, e me lo portai a casa come un trofeo.
GIUGNO 1979
Bertold Brecht scrisse: "beato il popolo che non ha bisogno di eroi". Come dargli torto? Quando non si è più capaci di guardare avanti (o si ha paura di farlo) ci si rifugia volentieri nelle immutevoli certezze del passato, quelle che non appassiscono, che non cambiano. Quelle che non tradiscono mai. Sono come un'ancora incastrata nello scoglio: se hai un mito per le mani, la salvezza e la redenzione sono sempre a disposizione.
Per scoprire che proprio lì, in quel punto, tutto finisce. E finisce per sempre.
Non si poteva tornare indietro e, sinceramente, non avrei mai più avuto la tentazione di farlo. Cosa sarebbe diventato Ernesto Guevara da vecchio? Un ministro riformista del centro-sinistra di qualche governo sudamericano? E la Monroe? Avrebbe bighellonato da un divano all'altro, in qualche talkshow televisivo, con le labbra rifatte e i capelli tinti, a raccontare retroscena sconci su JFK? E come lo vedreste Jimi Hendrix, ingrassato, calvo e occhiali con montatura di tartaruga sul naso, mente piagnucola in diretta tv lamentandosi di quant'è dura la vita sull'Isola dei Famosi? Invece no: per essere mito c'è un prezzo caro da pagare. Altrimenti puoi solo accontentarti di passare alla storia, ma niente di più.
Ricorrere alla creazione di miti è fondamentale, è un'antica arma di scissione tra forma e contenuto, affinchè tutto il nostro passato di speranze non diventi solo un bel revival, e buonanotte.
Ricorrere alla creazione di miti è fondamentale, è un'antica arma di scissione tra forma e contenuto, affinchè tutto il nostro passato di speranze non diventi solo un bel revival, e buonanotte.
Efstràtios Dimitrìu, il greco nato ad Alessandra d'Egitto e vissuto in Italia, moriva a New York il tredicesino giorno di quel mese, stroncato da un collasso cardiocircolatorio. Era stato ricoverato al Policlinico di Milano il due di aprile, sofferente di aplasia midollare che si circostanziava in una ridottissima attività delle funzioni del midollo spinale. Il giorno seguente si sarebbe dovuto tenere un concerto all'Arena per raccogliere i fondi necessari al trapianto.
Come sempre, la macchina del marketing mise in funzione i suoi ingranaggi per sformare un nuovo mito. Tutto era stato previsto nei minimi dettagli: Demetrio Stratos doveva morire perchè lo si potesse conoscere, se ne parlasse, e affinchè la storia consegnasse l'esatta dimensione della musica degli Area.
Anche chi rifiutava quella logica di mercificazione della sua arte e delle sue opere, si prestò all'edificazione.
Anche chi rifiutava quella logica di mercificazione della sua arte e delle sue opere, si prestò all'edificazione.
Personalmente avrei voluto che tutti quelli che parteciparono al Concerto avessero sentito quel bisogno di cambiare la qualità della vita con lo stesso trasporto con cui gli Area esprimevano - con rabbia e tenerezza - questa tensione di rinnovamento.
Tuttavia quella sera, tornato a casa, dopo il Concerto, ascoltai, su Radio Popolare, il giornalista Biagio Longo. Stava trasmettendo "Cantare la Voce" assieme ad altri dischi di Demetrio Stratos e ogni tanto, tra un brano e l'altro, diceva di non aver mai sentito quelle performances e che ora non le avrebbe sentite mai più. Stizzito, lo chiamai per porgli una domanda amichevolmente provocatoria: "Quante volte, prima che Stratos morisse, Radio Popolare ha trasmesso queste cose? E quante volte le trasmetterà dopo?"
Si stavano comportando da mass-media determinati dalla moda e dalla cronaca. Proprio quel genere di ipocrisia che non era sopportabile. Non era certamente il modo per fare cultura popolare e per rendere omaggio ad un grande artista. E anche se avessero avuto quello scopo, purtroppo per loro, erano arrivati tardi a scoprirlo.
Ma per capire meglio i fatti (e come furono vissuti) bisogna risalire quel fiume in piena dei sentimenti e dei ricordi, remando controcorrente, dal suo delta fino a raggiungere la sorgente, dove tutto è più cristallino e puro: gli Area avevano basato tutta la loro professionalità sulla militanza, sui concerti gratuiti per permettere a chiunque di godere della musica e di una certa cultura. Si avventuravano in scelte musicali impopolari, provocatorie, sperimentali e si trovavano, dopo parecchi anni di sacrifici, a non avere di che mangiare o, come era capitato a Stratos, di che curarsi.
Ma per capire meglio i fatti (e come furono vissuti) bisogna risalire quel fiume in piena dei sentimenti e dei ricordi, remando controcorrente, dal suo delta fino a raggiungere la sorgente, dove tutto è più cristallino e puro: gli Area avevano basato tutta la loro professionalità sulla militanza, sui concerti gratuiti per permettere a chiunque di godere della musica e di una certa cultura. Si avventuravano in scelte musicali impopolari, provocatorie, sperimentali e si trovavano, dopo parecchi anni di sacrifici, a non avere di che mangiare o, come era capitato a Stratos, di che curarsi.
Il conduttore radiofonico rispose che la mia era una giusta osservazione ma che non potevano farci niente, perchè avevano il problema di mantenere un ascolto di pubblico abituato ad un altro genere di musica e quindi blablabla... Tutto questo non faceva altro che confermare l'impressione di essere un individuo isolato e destinato a restare tale, al di là dell'ondata emotiva provocata dalla morte. Ero fortemente convinto che moltissimi, tra quelli che erano andati al concerto quella sera, ne avessero sentito parlare, per la prima volta, proprio in quella occasione.
I conti con il tempo e i suoi passaggi nessuno li faceva per quell'uomo, mentre il suo letto diventava un freezer. Un letto troppo grande per un'ombra sola, una padella troppo larga per una sola bistecca.
Ma, intanto, erano tutti lì, col naso all'insù, a mirare la nuova stella cometa. Perchè tutti i critici, i giornalisti specializzati, gli addetti ai lavori e gli esperti sono così: pensano che l'arte nasca da un calcolo sregolatamente ragionato o, peggio, dalla saggezza. Non contemplano, quei filistei, l'idea di una piccola follia sonora collettiva. E quindi, per loro, il delitto della provocazione diventa un incomprensibile oggetto di scherno: "sarò stupido...ma non lo capisco". E la voce della disumanità si siede impettita sullo scanno del Tempo. Se ieri l'arma culturale era veramente ideologica, oggi è il business. L'alternativo si vende e, ciò che è peggio, si vende indiscriminatamente: dagli eskimo, al sesso, ai fiori hippy, alle croci celtiche al collo, all'emarginazione.
Tutto è merce.
Il mercato dell'alternativo ha sostituito l'ideologia, affermandosi così bene da avere, da qualche parte, i suoi manager.
Ma, intanto, erano tutti lì, col naso all'insù, a mirare la nuova stella cometa. Perchè tutti i critici, i giornalisti specializzati, gli addetti ai lavori e gli esperti sono così: pensano che l'arte nasca da un calcolo sregolatamente ragionato o, peggio, dalla saggezza. Non contemplano, quei filistei, l'idea di una piccola follia sonora collettiva. E quindi, per loro, il delitto della provocazione diventa un incomprensibile oggetto di scherno: "sarò stupido...ma non lo capisco". E la voce della disumanità si siede impettita sullo scanno del Tempo. Se ieri l'arma culturale era veramente ideologica, oggi è il business. L'alternativo si vende e, ciò che è peggio, si vende indiscriminatamente: dagli eskimo, al sesso, ai fiori hippy, alle croci celtiche al collo, all'emarginazione.
Tutto è merce.
Il mercato dell'alternativo ha sostituito l'ideologia, affermandosi così bene da avere, da qualche parte, i suoi manager.
Ma a tutto questo Demetrio Stratos era, ormai, indifferente.
Se ne stava seduto, quasi confuso, con gli occhi annoiati, a pensare a una prosa liscia e diretta come un fiume, battendo il tempo sullo sgabello e succhiando sigarette in continuazione, mentre aspettava la battuta giusta per il suo attacco. Quasi assorto, in una bellezza pesante e fuori moda.
Una bellezza che si sfaldava negli specchi di un ascensore, come un labbro sul lembo del bicchiere umido. Una bellezza che voltava l'angolo e strisciava lungo i muri, con i pantaloni larghi e i pollici nelle tasche, stupita nella sua calcolata innocenza.
Se ne stava seduto, quasi confuso, con gli occhi annoiati, a pensare a una prosa liscia e diretta come un fiume, battendo il tempo sullo sgabello e succhiando sigarette in continuazione, mentre aspettava la battuta giusta per il suo attacco. Quasi assorto, in una bellezza pesante e fuori moda.
Una bellezza che si sfaldava negli specchi di un ascensore, come un labbro sul lembo del bicchiere umido. Una bellezza che voltava l'angolo e strisciava lungo i muri, con i pantaloni larghi e i pollici nelle tasche, stupita nella sua calcolata innocenza.
Una bellezza che resta eternamente integra, lì a durare come una taglio nella pelle diabetica.
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