Album: London Calling
Le considerazioni e le parole che andrò a scrivere sfioreranno un argomento che, nella generazione presa in oggetto, desterà non poche perplessità: l'autodistruzione. E' uno di quegli argomenti che, nei milieu più informati e modernisti, viene trattato solamente perchè "tutti ne hanno già parlato, quindi lo devo fare anch'io". La logica conseguenza è che insieme ad argomenti come: la moda dei blog in rete - il fenomeno del nuovo cinema nero americano - la morte precoce del rock e le connessioni tra cinema & fumetto nei manga del Giappone post-atomico - questo capitolo non dovrebbe neanche esistere. Detto questo.
Il punk fu più di un catalizzatore apocalittico (per me come per molti altri della mia generazione) che mi diede una scrollata, mi fece volare per aria e quando rimbalzai di nuovo per terra mi costrinse a confrontarmi con i miei pregiudizi riguardo la vita, l'universo e tutto quello che c'era dentro. Esagero?
Mentre mi incammino guardo la cassetta: una calligrafia adolescente, con un cuoricino sulla "i" scrive in diagonale, lungo tutto la copertina macchiata d'inchiostro verde, il titolo in maiuscolo: THE CLASH LONDON CALLING.
Si sarebbe dovuto intitolare "The Final Testament" perchè con quel disco i Clash avrebbero voluto uccidere il rock. Invece fu prorpio il punk a morire, aprendo al rhyth'n'blues, al reggae, al soul e al rock'n'roll anni '50.
Anno: 1979
Cover Artist: Pennie Smith
Cover Artist: Pennie Smith
Etichetta: CBS Records
"Proprio come sceglierò la mia nave quando mi appresterò ad un viaggio o la mia casa quando intenderò prendere residenza, così sceglierò la mia morte quando mi accingerò ad abbandonare la vita". Seneca
Le considerazioni e le parole che andrò a scrivere sfioreranno un argomento che, nella generazione presa in oggetto, desterà non poche perplessità: l'autodistruzione. E' uno di quegli argomenti che, nei milieu più informati e modernisti, viene trattato solamente perchè "tutti ne hanno già parlato, quindi lo devo fare anch'io". La logica conseguenza è che insieme ad argomenti come: la moda dei blog in rete - il fenomeno del nuovo cinema nero americano - la morte precoce del rock e le connessioni tra cinema & fumetto nei manga del Giappone post-atomico - questo capitolo non dovrebbe neanche esistere. Detto questo.
E' il 31 dicembre 1979, è capodanno, ho 17 anni e non mi è concesso di apprezzare Curtis Mayfield.
Sto al secondo piano di un gigantesco magazzino, diventato squat nei pressi del parco Lambro a Milano, mentre sotto c'è una festa in corso. Sono quasi le due di un martedì mattina e ci sono ancora, più o meno, un centinaio di persone nello scantinato che continuano a ballare il primo disco dei Ramones, quasi fosse l'unico modo per restare in vita. Qui sopra insieme a me ci sono una dozzina di punk, tutti sdraiati sul pavimento, tutti a fumare erba maledettamente agra e forte ed annuire pigramente al soffitto. Nell'angolo c'e un piccolo hi-fi che ha appena finito di suonare Horses di Patti Smith e dato che nessuno sembra minimamente intenzionato a cambiare disco, mi metto a cercare nella pila di Lp accatastati contro il muro. Così, tra le macchioline di muffa a pois tiro fuori Pieces Of A Man di Gil Scott-Heron e lo infilo sul piatto.
Passano più o meno sette secondi prima che un Dr. Maerten's color vinaccia taglia trentotto gli dia un calcio. "Leva quella merda e metti...cazzonesò... metti gli Stranglers!" dice una ragazza minuta e spigolosa con gli occhi strafatti, iniettati di sangue e una spennacchiata cresta ossigenata "...quella musica lì, da intellettuali, c’ha proprio rotto i coglioni!".
Ed era proprio lì che eravamo nel 1979.
Sto al secondo piano di un gigantesco magazzino, diventato squat nei pressi del parco Lambro a Milano, mentre sotto c'è una festa in corso. Sono quasi le due di un martedì mattina e ci sono ancora, più o meno, un centinaio di persone nello scantinato che continuano a ballare il primo disco dei Ramones, quasi fosse l'unico modo per restare in vita. Qui sopra insieme a me ci sono una dozzina di punk, tutti sdraiati sul pavimento, tutti a fumare erba maledettamente agra e forte ed annuire pigramente al soffitto. Nell'angolo c'e un piccolo hi-fi che ha appena finito di suonare Horses di Patti Smith e dato che nessuno sembra minimamente intenzionato a cambiare disco, mi metto a cercare nella pila di Lp accatastati contro il muro. Così, tra le macchioline di muffa a pois tiro fuori Pieces Of A Man di Gil Scott-Heron e lo infilo sul piatto.
Passano più o meno sette secondi prima che un Dr. Maerten's color vinaccia taglia trentotto gli dia un calcio. "Leva quella merda e metti...cazzonesò... metti gli Stranglers!" dice una ragazza minuta e spigolosa con gli occhi strafatti, iniettati di sangue e una spennacchiata cresta ossigenata "...quella musica lì, da intellettuali, c’ha proprio rotto i coglioni!".
Ed era proprio lì che eravamo nel 1979.
Il punk fu più di un catalizzatore apocalittico (per me come per molti altri della mia generazione) che mi diede una scrollata, mi fece volare per aria e quando rimbalzai di nuovo per terra mi costrinse a confrontarmi con i miei pregiudizi riguardo la vita, l'universo e tutto quello che c'era dentro. Esagero?
Bè, quantomeno dovetti rivedere i dischi che compravo ed i vestiti che indossavo.
Non era passato molto tempo da quando avere gusti musicali eclettici era considerato un inno al qualunquismo. Nel momento in cui il pop ha fatto la sua prima comparsa (circa 60 anni fa e cioè da quando Elvis Priesley dimostrò che anche i bianchi sapevano cantare il blues) la cultura giovanile è stata caratterizzata dalla musica più come oggetto di attrito che di accordo. O ti piaceva il Rockabilly o ti piaceva il genere Motown; o amavi Captain Beefheart o ascoltavi i PIL; o eri un fan degli Yes oppure lo eri dei Kraftwerk; o sbabavi per Jackson Browne o impazzivi per i Jam.
Non era passato molto tempo da quando avere gusti musicali eclettici era considerato un inno al qualunquismo. Nel momento in cui il pop ha fatto la sua prima comparsa (circa 60 anni fa e cioè da quando Elvis Priesley dimostrò che anche i bianchi sapevano cantare il blues) la cultura giovanile è stata caratterizzata dalla musica più come oggetto di attrito che di accordo. O ti piaceva il Rockabilly o ti piaceva il genere Motown; o amavi Captain Beefheart o ascoltavi i PIL; o eri un fan degli Yes oppure lo eri dei Kraftwerk; o sbabavi per Jackson Browne o impazzivi per i Jam.
Insomma non ti potevano piacere entrambi, altrimenti nessuno ti prendeva sul serio.
Quindi, trovandomi lì, in una situazione di transizione, ero pervaso da una sensazione di non-luogo, un pò come se fossi sul punto di scoprire che non ero nessuno. Eppure già allora avevo sviluppato una mia personale teoria che avevo chiamato Evoluzione cromatica la quale, benchè non fosse troppo ragionata, mi pareva quantomeno onesta e verosimile. Era una visione secondo la quale tutti gli avvicendamenti storici, le correnti di pensiero e teoriche, i cambiamenti sociali e politici, l'arte e la letteratura - insomma tutto quanto - ruotavano attorno al perno principale del ciclo progresso/regresso, con un percorso logico e circolare, talmente prevedibile e naturale che, a volte, diventa persino noioso. In breve, ad ogni azione conseguiva una serie di reazioni delle quali una diventava a sua volta, la Nuova Azione, in un logico ciclo continuo e perenne di mutamenti. Il riferimento al cromatismo stava nel fatto che, come nella paletta del pittore, la mescolanza dei colori primari crea una variazione infinita di sfumature che possono partire dal bianco per terminare al nero, attraverso un processo di pigmentazione lento e inevitabile.
Quindi, trovandomi lì, in una situazione di transizione, ero pervaso da una sensazione di non-luogo, un pò come se fossi sul punto di scoprire che non ero nessuno. Eppure già allora avevo sviluppato una mia personale teoria che avevo chiamato Evoluzione cromatica la quale, benchè non fosse troppo ragionata, mi pareva quantomeno onesta e verosimile. Era una visione secondo la quale tutti gli avvicendamenti storici, le correnti di pensiero e teoriche, i cambiamenti sociali e politici, l'arte e la letteratura - insomma tutto quanto - ruotavano attorno al perno principale del ciclo progresso/regresso, con un percorso logico e circolare, talmente prevedibile e naturale che, a volte, diventa persino noioso. In breve, ad ogni azione conseguiva una serie di reazioni delle quali una diventava a sua volta, la Nuova Azione, in un logico ciclo continuo e perenne di mutamenti. Il riferimento al cromatismo stava nel fatto che, come nella paletta del pittore, la mescolanza dei colori primari crea una variazione infinita di sfumature che possono partire dal bianco per terminare al nero, attraverso un processo di pigmentazione lento e inevitabile.
Poi, l'arrivo del punk (come fenomeno sociale ancora prima che musicale) spazzò via tutte le mie fragili e inconsistenti teorie. Come le comparse dei film di Romero, sbucò dal nulla (o almeno in apparenza) un esercito di alieni atomici, vestiti in pelle, con borchie, spille da balia, lucchetti e catene, occupando all'improvviso gli spazi lasciati vuoti dai vecchi nostalgici dei Doors e della West Coast. Non era esclusivamente un'effimera questione di immagine: era un fatto di puro glamour, sul quale si innestava una minima - ma necessaria - dose di oltraggio, tracotanza e magari anche di esagerazione sessuale. Psiche, intrigo, latex, estremo, kinky: tutte trasgressioni fisiche e mentali che nelle preziose righe di esperti sociologi venivano tradotte e interpretate, ma che volevano apparire come un estremo inno al nihilismo (dal latino nihil, niente).
Ma dov'ero rimasto? Ah, il capodanno 1979.
A parte il Dr. Maerten's taglia trentotto color vinaccia, io ho un problema ancora più grave da risolvere. Sono arrivato in questo posto con Andrea, a bordo della sua Ami 8 amaranto. "Devo incontrare un tizio" dice. "Mi aspetti solo un attimo? Ci metto poco. Sbrigo una cosa e torno subito. Oh, non finire mica tutta la birra eh?". Il problema è che, ormai, l'attimo dura praticamente da quasi due ore e, a questo punto, incomincio a prendere in seria considerazione l'idea di tornare a casa da solo. Già, ma come? Autostop? Troppo freddo. Opto per il treno. Il prossimo sarebbe partito alle 4e20, ma per raggiungere la stazione avrei dovuto attraversare a piedi un bel pezzo di città. " ...magari, con un po' di culo, posso anche rimediare uno strappo. Anche in moto andrebbe bene lo stesso". E incomincio a guardarmi intorno.
Tirando fuori l'orologio, inavvertitamente, tiro fuori anche un piccolo retrogusto di disagio. Un orologio sballato e fuori moda segna la 1e40. Ormai, sfumata l'attesa e sfiorita la baldoria, queste sono le ore più tristi e inutili.
Mentre scendo di sotto, trovo ad aspettarmi una cappa calda e spessa di sudore e hashish. Già lungo le scale si sente un promettente attacco sordo di batteria alla quale si unisce un giro nervoso e distorto di basso che - non appena giungo nella sala - appicca una ressa spaventosa.
Non capisco cosa stia succedendo ma intuisco solo che è l'inizio di un delirio generale. E' come se fosse scoccata di nuovo la mezzanotte. Tutti iniziano a ballare con movimenti scoordinati, sgraziati, fuori ritmo. Scuotono braccia e gambe e teste alla rinfusa. C'è chi poga, chi trema come in preda a convulsioni allucinatorie, chi si tiene la testa tra le mani girando su se stesso come un alienato, c'è chi urla e sputa verso il DJ in segno di approvazione. E' la danza di San Vito.
Qualcuno sale sul piccolo palco e si lancia a peso morto sugli altri, che lo sostengono con le braccia tese. Vedo un tizio che si tampona il sopracciglio squarciato da una gomitata. Guarda il sangue, ride, e si ributta nella mischia. E' come essere proiettato, in una trasfigurazione fantastica, dentro un quadro tridimensionale di Hieronymus Bosch.
Una ragazza, con un gotico trucco à-la-Siuxsie che le cola lungo le guance, sputa per terra, in un angolo, un grumo di sangue e catarro. Ha un labbro gonfio e maciullato ma ne sembra fiera. E in quell'esatto istante sento qualcuno saltare sulla mia schiena urlando e scalciando. Alzo la testa e vedo Dr. Maerten's color vinaccia taglia trentotto che salta su e giù, facendo leva sulle mie spalle. Si agita, urla, stona la prima strofa della canzone. "I've been waiting for a guide to come and take me by the hand...". Da sotto, abbastanza divertito e cercando di farmi sentire, urlo "CHI SONO?"... "EHH??"... "HO DETTO COSE' 'STA ROBA?"... "NON TI SEN...AH...I GIOIDDIVISGION". Salta giù e la vedo scomparire, inghiottita dentro la bolgia. Rimango a guardare, suggestionato, fino alla fine.
Solo allora decido di uscire.
A parte il Dr. Maerten's taglia trentotto color vinaccia, io ho un problema ancora più grave da risolvere. Sono arrivato in questo posto con Andrea, a bordo della sua Ami 8 amaranto. "Devo incontrare un tizio" dice. "Mi aspetti solo un attimo? Ci metto poco. Sbrigo una cosa e torno subito. Oh, non finire mica tutta la birra eh?". Il problema è che, ormai, l'attimo dura praticamente da quasi due ore e, a questo punto, incomincio a prendere in seria considerazione l'idea di tornare a casa da solo. Già, ma come? Autostop? Troppo freddo. Opto per il treno. Il prossimo sarebbe partito alle 4e20, ma per raggiungere la stazione avrei dovuto attraversare a piedi un bel pezzo di città. " ...magari, con un po' di culo, posso anche rimediare uno strappo. Anche in moto andrebbe bene lo stesso". E incomincio a guardarmi intorno.
Tirando fuori l'orologio, inavvertitamente, tiro fuori anche un piccolo retrogusto di disagio. Un orologio sballato e fuori moda segna la 1e40. Ormai, sfumata l'attesa e sfiorita la baldoria, queste sono le ore più tristi e inutili.
Mentre scendo di sotto, trovo ad aspettarmi una cappa calda e spessa di sudore e hashish. Già lungo le scale si sente un promettente attacco sordo di batteria alla quale si unisce un giro nervoso e distorto di basso che - non appena giungo nella sala - appicca una ressa spaventosa.
Non capisco cosa stia succedendo ma intuisco solo che è l'inizio di un delirio generale. E' come se fosse scoccata di nuovo la mezzanotte. Tutti iniziano a ballare con movimenti scoordinati, sgraziati, fuori ritmo. Scuotono braccia e gambe e teste alla rinfusa. C'è chi poga, chi trema come in preda a convulsioni allucinatorie, chi si tiene la testa tra le mani girando su se stesso come un alienato, c'è chi urla e sputa verso il DJ in segno di approvazione. E' la danza di San Vito.
Qualcuno sale sul piccolo palco e si lancia a peso morto sugli altri, che lo sostengono con le braccia tese. Vedo un tizio che si tampona il sopracciglio squarciato da una gomitata. Guarda il sangue, ride, e si ributta nella mischia. E' come essere proiettato, in una trasfigurazione fantastica, dentro un quadro tridimensionale di Hieronymus Bosch.
Una ragazza, con un gotico trucco à-la-Siuxsie che le cola lungo le guance, sputa per terra, in un angolo, un grumo di sangue e catarro. Ha un labbro gonfio e maciullato ma ne sembra fiera. E in quell'esatto istante sento qualcuno saltare sulla mia schiena urlando e scalciando. Alzo la testa e vedo Dr. Maerten's color vinaccia taglia trentotto che salta su e giù, facendo leva sulle mie spalle. Si agita, urla, stona la prima strofa della canzone. "I've been waiting for a guide to come and take me by the hand...". Da sotto, abbastanza divertito e cercando di farmi sentire, urlo "CHI SONO?"... "EHH??"... "HO DETTO COSE' 'STA ROBA?"... "NON TI SEN...AH...I GIOIDDIVISGION". Salta giù e la vedo scomparire, inghiottita dentro la bolgia. Rimango a guardare, suggestionato, fino alla fine.
Solo allora decido di uscire.
Fuori fa freddo. I padroni dei cani, a spasso per i bisogni serali, vanno di fretta. Strapazzano i loro cuccioli tirandoli per il guizaglio e incitandoli alla pisciatina rapida, attenti a non allontanarsi troppo dal portone di casa. Camminano svelti tra le panchine verdi e le macchine in sosta. Nessuno nota nessuno, ubriachi come sono dal sonno e dall'alcool. Nessuno tranne me.
Così vedo Andrea a bordo di una vecchia Saab parcheggiata sotto un'albero di via Costa. E' lì da più di un'ora, con autoradio spenta, e con la sola compagnia di un arbre magique alla vaniglia impiccato allo specchietto retrovisore. Per un po' ha combattuto la noia fumando sigarette poi, siccome il tempo non passava, ha iniziato ad annegare minuto dopo minuto nel sedile, al freddo, riempiendo il portacenere e cercando di pensare il meno possibile alle cose importanti. Ma siccome non ci riusciva, alla fine, aveva preso in considerazione l'idea di conquistare il mondo alla testa dell'esercito di zombie atomici asserragliato là dentro.
Quando lo becco io sta tenendo d'occhio un locale alla moda dall'altra parte della strada, e cerca di restare sveglio concentrandosi a ricordare il viso di sua nonna. Ha ancora la manica sinistra rimboccata in su, oltre il gomito, a metà braccio e tiene ancora il palmo della mano rivolto verso l'alto. Posato sulle ginocchia, così che si possa notare l'avambraccio che sembra sia tinto a viticci di hennè scuro. I lividi delle sue vene, costantemente annerite dalla infiammazione, sono come ramificazioni di un fiume inquinato e limaccioso visto dall'alto. Tra le gambe è rimasto appoggiato, ancora lercio e in bilico, il fondo concavo di una lattina di Coca-Cola strappata alla latta, che è solito usare come fornello, riscaldandolo da sotto con un accendino. Non è la prima volta (e di certo non mi illudo che anche sia l'ultima) ma questa volta è diverso perchè tra lui e me c'è un patto preciso, la nostra tacita regola. Lui lo sa, e lo so anche io. Siamo entrambi consapevoli che sono il suo unico amico fuori dal giro e, quindi, la sua unica chance per piantarla. Almeno per un po'. Giusto il tempo per ripulirsi.
Lì per lì mi guarda smarrito e sorpreso, con gli occhi stretti simili ad asole di una camicia. Poi, appena mi riconosce, sorride ...ehehehe..., come se l'avessi sorpreso a rubare i biscotti dal vaso sopra la mensola di cucina.
Così vedo Andrea a bordo di una vecchia Saab parcheggiata sotto un'albero di via Costa. E' lì da più di un'ora, con autoradio spenta, e con la sola compagnia di un arbre magique alla vaniglia impiccato allo specchietto retrovisore. Per un po' ha combattuto la noia fumando sigarette poi, siccome il tempo non passava, ha iniziato ad annegare minuto dopo minuto nel sedile, al freddo, riempiendo il portacenere e cercando di pensare il meno possibile alle cose importanti. Ma siccome non ci riusciva, alla fine, aveva preso in considerazione l'idea di conquistare il mondo alla testa dell'esercito di zombie atomici asserragliato là dentro.
Quando lo becco io sta tenendo d'occhio un locale alla moda dall'altra parte della strada, e cerca di restare sveglio concentrandosi a ricordare il viso di sua nonna. Ha ancora la manica sinistra rimboccata in su, oltre il gomito, a metà braccio e tiene ancora il palmo della mano rivolto verso l'alto. Posato sulle ginocchia, così che si possa notare l'avambraccio che sembra sia tinto a viticci di hennè scuro. I lividi delle sue vene, costantemente annerite dalla infiammazione, sono come ramificazioni di un fiume inquinato e limaccioso visto dall'alto. Tra le gambe è rimasto appoggiato, ancora lercio e in bilico, il fondo concavo di una lattina di Coca-Cola strappata alla latta, che è solito usare come fornello, riscaldandolo da sotto con un accendino. Non è la prima volta (e di certo non mi illudo che anche sia l'ultima) ma questa volta è diverso perchè tra lui e me c'è un patto preciso, la nostra tacita regola. Lui lo sa, e lo so anche io. Siamo entrambi consapevoli che sono il suo unico amico fuori dal giro e, quindi, la sua unica chance per piantarla. Almeno per un po'. Giusto il tempo per ripulirsi.
Lì per lì mi guarda smarrito e sorpreso, con gli occhi stretti simili ad asole di una camicia. Poi, appena mi riconosce, sorride ...ehehehe..., come se l'avessi sorpreso a rubare i biscotti dal vaso sopra la mensola di cucina.
"Lo...so. Scusa...non arrabbi...arti", balbetta a stento.
"Infatti non mi arrabbio. Sono cazzi tuoi". Non sento più neanche il freddo pungente.
Uno, due, tre passi, si avvicina con cadenza disinvolta il tizio con il quale aveva appuntamento. E' appena uscito dal locale alla moda dove, probabilmente, è un cliente abituale. Si fa chiamare Erba e non credo sia il cognome. Sui trentanni, alto, abbronzato, in una mano le chiavi della Saab, nell'altra quelle del successo. Nel suo campo, ovvio. Neanche mi guarda.
"Chi cazzo è?" chiede ad Andrea.
"Chi cazzo è?" gli chiedo anch'io, squadrandolo. Tra persone civili ci si intende sempre.
Dopo le presentazioni di rito, Erba liquida la questione: "Senti, il tuo amico, qui... prima ha avuto un... problemino. Ma adesso va benone, vero che stai meglio? Stiamo da dio. Diglielo anche tu, su...". Andrea ammicca da un occhio verso la mia parte e schiocca la lingua. "Visto? Vai... và a divertiti, che qua ci penso io, adesso".
Sincope: breve perdita di coscienza con ripresa autonoma. Il termine gergale è collasso.
Nella quasi totalità dei casi il "paziente" rifiuta qualsiasi trattamento e intervento perchè il collasso è considerato, dai tossicodipendenti, come un normale effetto dell’assunzione di eroina per endovena. Solamente in quell'anno appena terminato, avevo raccolto Andrea, dalla strada, almeno altre tre o quattro volte. Tutte le volte collassato. Al punto che, ormai, conoscevo a memoria il protocollo:
"1: controlla lo stato di coscienza con pizzicotti e richiami verbali - 2: verifica se respira, guardando se il torace si solleva - 3: controlla il battito cardiaco ponendo la mano sull'arteria del collo - 4: se non è cosciente, ma respira, mettilo sdraiato su un fianco, per evitare il soffocamento in caso di vomito - 5: se non respira, controlla che non vi siano ostruzioni in bocca, stendilo sulla schiena e pratica la respirazione assistita proteggendoti la bocca con un fazzoletto o formando una specie di imbuto con la mano ponendola sulla bocca mentre la testa deve essere spinta all'indietro e le narici chiuse".
Fatto questo non rimaneva altro che farlo resuscitare in qualche Pronto Soccorso, con una fiala di Narcan. Come tutte le altre volte, anche questa sera andrà così.
Sincope: breve perdita di coscienza con ripresa autonoma. Il termine gergale è collasso.
Nella quasi totalità dei casi il "paziente" rifiuta qualsiasi trattamento e intervento perchè il collasso è considerato, dai tossicodipendenti, come un normale effetto dell’assunzione di eroina per endovena. Solamente in quell'anno appena terminato, avevo raccolto Andrea, dalla strada, almeno altre tre o quattro volte. Tutte le volte collassato. Al punto che, ormai, conoscevo a memoria il protocollo:
"1: controlla lo stato di coscienza con pizzicotti e richiami verbali - 2: verifica se respira, guardando se il torace si solleva - 3: controlla il battito cardiaco ponendo la mano sull'arteria del collo - 4: se non è cosciente, ma respira, mettilo sdraiato su un fianco, per evitare il soffocamento in caso di vomito - 5: se non respira, controlla che non vi siano ostruzioni in bocca, stendilo sulla schiena e pratica la respirazione assistita proteggendoti la bocca con un fazzoletto o formando una specie di imbuto con la mano ponendola sulla bocca mentre la testa deve essere spinta all'indietro e le narici chiuse".
Fatto questo non rimaneva altro che farlo resuscitare in qualche Pronto Soccorso, con una fiala di Narcan. Come tutte le altre volte, anche questa sera andrà così.
Ci sono situazioni che sembrano interminabili e che invece svaniscono in un attimo, mentre sei ancora lì a domandarti come sia stato possibile che sia stato proprio tu a viverle. Altre, invece, quando ci stai dentro, sembrano infinite. Comunque sia, per entrambe succede che uno si rende conto della fragilità delle colonne sulle quali ha costruito il proprio mondo.
Cemento? Macchè, pasta frolla e ogni tanto, permettetemelo, anche merda.
Torno verso il magazzino.
Ormai vedo un mucchio di punk fuori dall'ingresso. Qualcuno è in piedi, altri sono seduti sul bordo del marciapiede e bevono birra, lanciando le bottiglie vuote verso un cassonetto aperto, lungo il marciapiede. Vince chi ce la infila dentro, ma quasi tutte rimbalzano sulla plastica, frantumandosi poi sull'asfalto.
Prima del rumore del motore senti già i Bee Gees che pompano da dentro i finestrini di un'auto che passa. Schiva i cocci e suona il clacson. Un vaffanculo, subito seguito da una ola di mani col dito medio alzato, convincono l'autista a tirare dritto. Uno di loro, barcollando, viene verso di me mentre sto per entrare dentro, dice qualcosa che non capisco, rutta e mi allunga una bottiglia di birra bevuta a metà. Poi mi saluta e torna dagli altri camminando all'indietro. Dopo tutto mi convinco che la follia e la ruvida spontaneità di questo posto, almeno per questa notte, sia il Nuovo Buonsenso.
Il muso di Dr. Maerten's color vinaccia taglia trentotto si arriccia come quello di un carlino quando le chiedo un passaggio per la stazione: "e come cazzo faccio, secondo te?".
"Ok, 'faniente" - dico - "è solo che qui non conosco nessuno".
"Bè... capisco, ma nench'io conosco nessuno qui. Ci sono venuta con un'amica, ma poi ci siamo perse di vista. Mi ha detto di avere un appuntamento con un tizio. Probabilmente è già tornata a casa".
"Ma va? A volte il caso..." penso tra me, sardonico.
Poi fruga dentro la sua borsa a tracolla di cuoio scuro, mentre io guardo l'orsacchiotto appeso alla cinghia che ondeggia avanti e indietro. Ho voglia di vomitare e per distrarmi mi concentro sulla spilla no nukes appuntata al centro della ribalta. Tira fuori una cassetta Basf e me la porge. "Non posso aiutarti a trovare uno strappo, ma almeno posso darti questa. Era per la mia amica, ma tanto vale che la regali a te". Grazie tanto, ma perchè poi? "Perchè ho capito che tu hai tanto bisogno di apprendere dal punk, e le facoltà terapeutiche della sua musica non si possono descrivere. Non so neppure io come succede la rigenerazione. Sono elementi invisibili che assimili, giorno dopo giorno. Quando sei lì e ascolti un riff o un coro, senti che sale l'adrenalina. Ma attento: in questo caso l'adrenalina non è solo causa o effetto di una carica d'energia o di una compulsione fisica: è cultura. Per questo la musica, certa musica, fa parte della storia, anche se si tratta di una storia personale. Perchè trasforma questa adrenalina in idee, le idee in ragionamenti e i ragionamenti in ideologia. Le canzoni dei Clash non sono solo mica ritmo e melodia, no di certo: sono il Rock. E il rock siamo noi! Ma noi siamo sogni e... dai su... adesso non farmi tirare in ballo anche Shakespeare...sennò ti faccio perdere il treno. Ciao... ah, buon anno!".
Ormai vedo un mucchio di punk fuori dall'ingresso. Qualcuno è in piedi, altri sono seduti sul bordo del marciapiede e bevono birra, lanciando le bottiglie vuote verso un cassonetto aperto, lungo il marciapiede. Vince chi ce la infila dentro, ma quasi tutte rimbalzano sulla plastica, frantumandosi poi sull'asfalto.
Prima del rumore del motore senti già i Bee Gees che pompano da dentro i finestrini di un'auto che passa. Schiva i cocci e suona il clacson. Un vaffanculo, subito seguito da una ola di mani col dito medio alzato, convincono l'autista a tirare dritto. Uno di loro, barcollando, viene verso di me mentre sto per entrare dentro, dice qualcosa che non capisco, rutta e mi allunga una bottiglia di birra bevuta a metà. Poi mi saluta e torna dagli altri camminando all'indietro. Dopo tutto mi convinco che la follia e la ruvida spontaneità di questo posto, almeno per questa notte, sia il Nuovo Buonsenso.
Il muso di Dr. Maerten's color vinaccia taglia trentotto si arriccia come quello di un carlino quando le chiedo un passaggio per la stazione: "e come cazzo faccio, secondo te?".
"Ok, 'faniente" - dico - "è solo che qui non conosco nessuno".
"Bè... capisco, ma nench'io conosco nessuno qui. Ci sono venuta con un'amica, ma poi ci siamo perse di vista. Mi ha detto di avere un appuntamento con un tizio. Probabilmente è già tornata a casa".
"Ma va? A volte il caso..." penso tra me, sardonico.
Poi fruga dentro la sua borsa a tracolla di cuoio scuro, mentre io guardo l'orsacchiotto appeso alla cinghia che ondeggia avanti e indietro. Ho voglia di vomitare e per distrarmi mi concentro sulla spilla no nukes appuntata al centro della ribalta. Tira fuori una cassetta Basf e me la porge. "Non posso aiutarti a trovare uno strappo, ma almeno posso darti questa. Era per la mia amica, ma tanto vale che la regali a te". Grazie tanto, ma perchè poi? "Perchè ho capito che tu hai tanto bisogno di apprendere dal punk, e le facoltà terapeutiche della sua musica non si possono descrivere. Non so neppure io come succede la rigenerazione. Sono elementi invisibili che assimili, giorno dopo giorno. Quando sei lì e ascolti un riff o un coro, senti che sale l'adrenalina. Ma attento: in questo caso l'adrenalina non è solo causa o effetto di una carica d'energia o di una compulsione fisica: è cultura. Per questo la musica, certa musica, fa parte della storia, anche se si tratta di una storia personale. Perchè trasforma questa adrenalina in idee, le idee in ragionamenti e i ragionamenti in ideologia. Le canzoni dei Clash non sono solo mica ritmo e melodia, no di certo: sono il Rock. E il rock siamo noi! Ma noi siamo sogni e... dai su... adesso non farmi tirare in ballo anche Shakespeare...sennò ti faccio perdere il treno. Ciao... ah, buon anno!".
Mentre mi incammino guardo la cassetta: una calligrafia adolescente, con un cuoricino sulla "i" scrive in diagonale, lungo tutto la copertina macchiata d'inchiostro verde, il titolo in maiuscolo: THE CLASH LONDON CALLING.
Si sarebbe dovuto intitolare "The Final Testament" perchè con quel disco i Clash avrebbero voluto uccidere il rock. Invece fu prorpio il punk a morire, aprendo al rhyth'n'blues, al reggae, al soul e al rock'n'roll anni '50.
Mentre cammino veloce, con le mani in tasca ed il naso affondato nella sciarpa, ripenso ai sogni e a Shakespeare. Quei classici sogni che un bel giorno svaniscono mentre tu sei ancora impreparato, anche se te lo sentivi che sarebbe andata così. Sempre che non siano diventati, ancora prima, incubi. Tutti quanti avevamo i nostri eroi e tutti volevamo vivere come loro. Avremmo fatto di tutto pur di ricamarci scampoli di vita degna di questa parola. Vite ultrapiene, pericolose, ai margini. Vite che pochi avrebbero avuto il coraggio di avvicinare, e che i più non osavano neppure sognare.
Ma rimanevano semplici sogni. Spesso, invece, le mie giornate non erano troppo diverse dal paesaggio piatto che scorreva a fianco dei finestrini del treno mentre tornavo verso casa mia, conficcata come una spina nell'hinterland a nord-est. Le vedevo semplicemente scorrere, con preoccupata noncuranza, mentre pensavo al mio solito modo sbilenco di risolvere le situazioni e alla mia vocazione a starmene appannato e in disparte, sempre attirato dal lato oscuro e malsano.
Ma di una cosa ero certo: nessuno di loro, nè Andrea, nè Erba, nè nessun'altro mi avrebbe mai fatto accettare di perdermi chissà dove. E come per le pillole, i sedativi, gli antidolorifici e le aspirine, ogni volta che deglutisci fai un primo, decisivo passo su una qualche strada. Buona o cattiva, giusta o sbagliata, sana o insana, questo non è importante. Anche se, in fondo al cuore, speravo che nessuno di loro avesse così tanto a noia questo stupido e sciatto mondo - inferiore a qualsiasi aspettativa - da decidere di firmare di loro pugno il congedo dalla vita.
Quanto a me, non riuscivo a pensare al futuro finchè non c'ero già dentro. E questo era il mio unico, vero, primo pensiero punk.
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"Love will tear us apart" - Andrea S. 1961/1991
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