Joni Mitchell: Amelia

Artista: Joni Mitchell
Album: Hejira
Cover Artist: Joni Mitchell, Norman Seeff, Joel Bernstein
Etichetta: Asylum
Anno: 1976




March, 1976, Skating on Lake Mendota, Madison, WI.
“Originally used for the gatefold of her Hejira album, this is one of a series of photographs
taken one snowy afternoon on the frozen lake”  © Joel Bernstein. All rights riserved

La prima volta che ne sentii parlare fu dal mio insegnante alle scuole elementari. Ricordo che fece in maniera talmente dettagliata che fin da subito, nella mia fantasia, si andò a materializzare l'idea di un luogo fantastico, quasi fiabesco, con montagne di marzapane e torrenti di latte che scorrevano placidi tra morbide valli di pandizucchero. Era appena iniziato l'anno 1969 e per me, ingenuo com'ero sulle cose del mondo, un centro commerciale era qualcosa di incomprensibile, di astratto. Solo un termine dal profumo peccaminoso: il luogo dove Lussuria e Gola potevano essere considerate delle virtù. Del resto, quando hai sette anni, il concetto stesso di "consumo" non solo è vago ma è anche privo di significato. A quella età consumo può significare solo nutella, o tuttalpiù patatine fritte. Insomma, quel termine riguardava qualsiasi cosa fosse particolarmente buona da poter essere ingerita nel minor tempo possibile.
In barba a tutte le lotte sindacali che soltanto una primavera prima avevano infiammato le piazze e gli animi dei lavoratori, quelle "nuove fabbriche", così simili a templi neopagani, spalancavano le loro fauci pronte a ricevere e a benedire quell'orda di nuovi e strambi adepti. Colonne allineate di fedeli davanti alle casse, come formiche che, nel cigolìo dei loro carrelli malfermi, scialacquavano gran parte dei loro risicati salari in stravaganti e superflui acquisti.
Nessuno ancora poteva immaginare come quelle diaboliche invenzioni avrebbero modificato le semplici propensioni delle famiglie italiane. E lo fecero in maniera radicale. Da quel momento, infatti, tutti avrebbero incominciato a preoccuparsi di avere sempre delle scorte in casa e si iniziava addirittura a compilare liste dettagliate per la spese, tutte abitudini sconosciute fino ad allora. I discorsi iniziavano ad infarcirsi con slogan da carosello, dando retta ai “consigli” pubblicitari che proponevano l'acquisto di abbondanti surplus alimentari. Il risultato fu che ripostigli, magazzini e cantine, rimasti fino ad allora semivuoti, iniziarono miracolosamente a stiparsi di derrate alimentari. 
Senza quel big-bang-post-negozietto-sotto-casa, oggi non avremmo quella malsana angoscia che ci induce a controllare freneticamente le scadenze dei prodotti, non conosceremmo lo stress di girare in macchina per chilometri, alla ricerca di cassonetti per il riciclaggio differenziato e non saremmo costretti a trasportare quei pesanti sacchetti che, dondolando rigidi come pinguini, trasciniamo fin dentro casa.

Eppure, nonostante tutto, quel luogo è stato per me la culla delle mie passioni, un Eden che metteva a disposizione tutti quei succulenti frutti maturi, pronti ad essere addentati dalla mia curiosità.
Così, in un labirinto stretto tra forme di gorgonzola e mortadelle appese e dedali con pareti rivestite da shampoo caraibici e camicie inamidate, si ergeva – fiero e misterioso come un tempio inghiottito dalla jungla - un lungo doppio espositore, che si trovava appena dopo l'ingresso, sulla destra, dignitosamente rifornito di luccicanti gemme sotto forma di Lp.
Ancora oggi, 40 anni dopo, se entrate in un qualsiasi centro commerciale, troverete il reparto di musica e libri subito dopo l'ingresso, sulla destra. Solo, forse meno dignitosamente rifornito.
Ogni talvolta che ci andavo con i miei genitori riuscivo sempre a trovare un buco nel loro carrello (e nel loro portafoglio) per infilarci un disco o un libro. Nel migliore sei casi, entrambi.
In fondo, era pur sempre tutta cultura, giustificavo.



Più adolescente, per un certo periodo, presi anche l'abitudine di andarci da solo. E sebbene non disponessi di grandi finanze, anzi, per dirla tutta, non avevo proprio una lira in tasca, questo non impediva il fatto che mi sentissi saltuariamente "incoraggiato" a prendere qualche disco… diciamo… in prestito?
In un caso, nel dicembre 1979,  le prede furono: The Wall dei Pink Floyd (lo so, è un doppio album ma per me contava uno) e Deguello, dei ZZ Top.
Inevitabilmente, però, un giorno venni bloccato da un tizio della security poco prima dell'uscita. Mi  fecer estrarre dalla tasca la cassetta presa in prestito e, come il coniglio dal cilindro, fece capolino Slowhand di Eric Clapton. Nonostante l'evidente imbarazzo iniziale ebbi la formidabile lucidità per dichiarare: "...mah, non capisco proprio come potuto succedere. A me neanche piace il blues!".
Fu proprio grazie a queste paroline magiche che li convinsi definitivamente a portarmi nell'ufficio sul retro, al cospetto del responsabile della sicurezza im persona.
Fortunatamente quello che doveva annunciarsi come un orco (immaginavo dimorasse in un ufficio disseminato di teschi e femori umani stesi sul pavimento) era in realtà un giovane e pacioso padre di famiglia che si limitò solo ad un'interminabile paternale che si potrebbe riassumere con: "Si inizia con una cassetta di musica e si finisce col rapinare una banca". Ora, a parte il fatto che negli ultimi trent'anni sono state le banche a rapinare me, ma l'unica cosa che volevo in quel periodo era ascoltare quanta più musica potevo, mica usare quel centro commerciale come palestra per ritentare la rapina al treno di Londra! Comunque perchè chiudessero un occhio sull'accaduto mi affrettai a saldare la refurtiva con i pochi spiccioli che mi erano rimasti. "Fattelo piacere il blues, adesso!" ghignò uno degli scagnozzi che mi aveva pinzato.

Andandomene, mi  ripetevo la lezione n.1: ascolta solo quello che le tasche ti permettono. Infine, assimilato l'insegnamento presi una decisione. Così il giorno seguente mi presentai nello stesso ufficio con le copie degli ultimi Lp presi in "prestito" tempo prima. Lì per lì mi gustai la sua faccia sbigottita."Voglio riconsegnare anche questi dischi..." dissi "...perchè non ho abbastanza soldi per ripagarveli" e rimasi lì in piedi, fiero come un guerriero masai. L’orco restò per un po' in silenzio, perplesso ed incerto sul da farsi. Si grattava la barba mentre con l'altra mano tamburellava le dita sulla scrivania. Ancora silenzio."Sono molto deluso.." la punta delle unghie sul legno stagionato della scrivania emettevano un suono metallico "...certo che stavolta...", respirò profondamente e fece un'altra lunga pausa. Sentivo il sudore scendere dalla schiena fin giù, nelle chiappe, ed avvertivo un formicolio sinistro fra i capelli, "...con questo disco..." sgranava parole con la stessa velocità che un bradipo impiega a percorrere dieci chilometri, mentre io invece ero praticamente sfigurato, tra vampate di calore e tensione dei muscoli facciali.
E non ultimo, un cagotto imminente.
"...hanno proprio toccato il fondo. Con Syd Barrett era tutta un'altra roba!"
"... Prego? Co-come dice?" balbettai, nello stupore di essere ancora in grado di emette suoni articolati.
Mi guardò con un'espressione di compatimento, mi allungò nuovamente i dischi e fece un leggero cenno con la mano che interpretai come un laconico: sparisci, merda! Poi, mentre aprivo la porta per andarmene, mi sentii richiamare alle spalle. "Ragazzo..." mi girai e lo vidi guardarmi severamente con il dito indice puntato "...la musica è importante nella vita delle persone. Anche le passioni lo sono, Ma non ficcarsi nei guai per cazzate come questa lo è ancora di più. Dipende da te. Il tuo futuro inizia a partire da adesso". E restò fermo con l'indice alzato, mentre io scivolavo come sapone di marsiglia fuori dall'ufficio, con i miei dischi che maceravano sotto un’ascella pezzata di sudore.
Alcuni tra i dischi più memorabili e fondamentali per la mia adolescenza, provenivano proprio da quel posto.
Erano tutti i classici della musica rock '60 e '70 e, tra quelli tutti che alla rinfusa mi ritornano in mente, Hejira di Roberta Joan Anderson, è un album al quale sono particolarmente legato.
Per la nazione mussulmana la hejira (o hegira) è il termine arabo che identifica la fuga di Maometto e della sua famiglia fino alla Mecca. Un titolo originale, non c'è che dire, per un'artista che ha sempre trattato il tema della fuga e del rifugio come tacita norma del vagabondaggio, anche intesi come condizione esistenziale e spesso anche come incubo.



"Io sono prima di tutto una pittrice e poi una musicista". 
Come tutti i veri artisti, il suo esprit libre, schivo ed irrequieto, la relegava ai margini della scena musicale principale, come fosse un'icona sofisticata ed intensa, concessa ai pochi palati sensibili al fascino triste e melenso di una voce, una chitarra e un pianoforte. 
Del resto lo sapete come sono i ricordi? Solitamente si compongono da percentuali che variano di volta in volta, di verità, invenzioni, sogni e fantasie.
Il mio (che segnò una specie di iniziazione) è questo: sono in camera mia e fuori la finestra è buio già da un po'. E' il mese di aprile, la primavera è appena iniziata ma fa ancora piuttosto freddo. E' quasi ora di cena perchè sento arrivare dalla cucina lo sfrigolio dell'olio nella padella e l'incedere regolare del coltello sul tagliere. Ho tra le mani questo disco appena comprato e lo osservo curioso. In copertina c'è una foto in bianco e nero che riporta, in sovrimpressione, un'autostrada che attraversare il ventre dell’artista.
La prima cosa che penso è che vuole simboleggiare qualcosa di intimo. Forse la necessità di esplorare, forse un bisogno viscerale di libertà, di viaggio, di ignoto.
La pancia è come l'asfalto e l'ombelico come un sentiero ...che poi era uno di quegli spazi immaginari sacri alla beat generation.  A ripensarci ora, forse non fu un caso se Hejira capitò proprio nel momento in cui iniziavo anche a scoprire Jack Kerouac.
Prima ancora di mettere il vinile sotto la puntina, sentivo il bisogno urgente urgente di raccontare e condividere con qualcuno quelle prime impressioni, e per farlo avevo giusto il tempo di registrare al volo due o tre canzoni su di un nastro, mentre al volo mangiavo un boccone. Mezz'ora più tardi ero seduto con Enrico nei sedili di vinpelle-color-crème della 127 azzurro metallizzato di mio padre, parcheggiata in garage, pronto ad infilare il nastro nella fessura dell'autoradio.
C'era un silenzio rarefatto e un buio spezzato solamente dalla luce verdina del display, che rendeva ancora più surreale l'atmosfera generale.
Ma già alle prime note di Amelia (*) entrambi avevamo capito che quello era l'Attimo Eterno, quel momento che tutti aspettiamo e che non vorremmo dimenticare mai più. Ci sentivamo entusiasti come se avessimo avuto per le mani la mappa del tesoro dell'isola misteriosa, o come se avessimo scoperto un pianeta sconosciuto nella galassia, nascosto tra tutte quelle stelle e quelle luci stroboscopiche.
Era un modo come un altro per sentirsi, all'indomani, più grandi e con una consapevolezza in più.

E dire che solo pochi anni prima, quella medesima situazione, sarebbe sembrata paradossale. Persino ridicola.
Un mangianastri stereo8, uno di quelli da auto, di quelli che avevano le dimensioni di un tostapane, inghiottiva cartuccie 8-tracks (soprannominato come “il nastro che non finisce mai” perchè funzionava in loop: l'inizio era attaccato alla fine, facendolo girare in continuazione) inserendola nel caricatore dal lato più corto.
Era quanto potevamo permetterci nelle domeniche pomeriggio d'inverno, quando ce ne stavamo seduti su quegli stessi sedili, con i finestrini abbassati, ad ascoltare la cronaca delle partite di calcio alla radio. Di tanto in tanto ci concedevamo l’ascolto di qualche canzone dall'unico nastro che mio padre possedeva: un best dei singoli più gettonati di quegli anni, tra cui Crocodile Rock di Elton John e Margherita di Renato Cocciante.
Ma andava bene così. In fondo erano le prime esperienze di sinergia e contribuivano ad indirizzarci verso la strada dei futuri ascolti, intensi e attenti, della musica. Equivaleva ad impreziosire l'anima e lo spirito perchè definivano la nostra consapevolezza, in continua crescita e maturazione intorno alle cose dell'arte.

Quando tre anni più tardi (era il 1975), per il mio compleanno, i miei genitori mi regalarono un vero registratore portatile a cassette, insieme a tre nastri (Crossing Atlantic di Rod Stewart; Station To Station di David Bowie e Viva Chile! degli Inti Illimani) mi sentii come lanciato nell'iperspazio direttamente da un'astronave del futuro (e tutto sommato credo di essere ancora lì a girare intorno a qualche pianeta).
Divenne il mio oggetto inseparabile: il mio mangianastri con microfono incorporato Grundig GR-170. Ero sempre pronto a posizionarlo vicino ad uno speaker e premere il tasto rosso rec pur di ricavarne una copia da un disco. E anche se in mono o con un audio opaco ed ovattato, a me non importava, ero felice così.
Per me la musica non era un mezzo per dare espressione a dei miti collettivi ma piuttosto uno strumento terapeutico personale, una forma insostituibile di 'igiene' mentale. E lo è tuttora.
Sapere di possedere quel piccolo prezioso oggetto era come custodire la chiave di accesso di qualche stanza segreta: non sapevi mai cosa aspettarti al di là della porta. Così, come per molti altri adolescenti ancora troppo giovani per avventurarsi lontani dai muri della propria stanza, l'interesse per il rock fu il modo di concepire il senso del viaggio. Quello inteso come sogno, anche quando si doveva rimanere con il piedi ben saldi in terra, perchè tanto si sa che i pensieri vanno dove vogliono, ma lo spirito non lo si può imbrogliare.



Però la libertà del sogno era la grande vittoria sulle prepotenze di qualsiasi natura, razza, colore o fanatismo politico. Era la rivincita sulla iniquità e l'ingiustizia.
Lungo questo viaggio immaginario incontravi gente che ti esponeva la propria visione delle cose, visitavi paesi, scoprivi città, entravi in bar affollati di gente, assaggiavi cibi fino ad allora sconosciuti, saltavi al volo su autobus e attraversavi deserti, oppure guidavi un taxi e restavi imbottigliato nel traffico all'ora dei punta. Annusavi l'aria fresca del mattino, nuotavi dentro l'oceano della California e ti perdevi lungo un sentiero dentro una foresta canadese. Facevi tutto questo nello spazio di una canzoncina pop.
A venirmi in aiuto per compiere questo trip innaturale era un programma radiofonico in onda su una scalcagnata radio privata di quegli anni: Radio Montevecchia. Una radio che da molto tempo ha purtroppo chiuso sue frequenze.
Dal quel palinsesto trasmetteva quasi tutte le notti un simpatico dj, timido e talvolta persino balbuziente. Domenico Corna, però, era soprattutto un famelico e spietato divoratore e divulgatore di cantautori americani, canadesi, italiani, inglesi, francesi (ma probabilmente anche coreani o esquimesi) rigorosamente sconosciuti al grande pubblico. Capitava così che, con le cuffie piazzate in testa, ogni notte mi rannicchiavo sotto le coperte e assimilavo intere puntate di lezioni notturne che riguardavano la discografia di Van Morrison, la biografia di Fred Neil, la lettura dei testi di Leonard Cohen oppure l’analisi sulle accordature aperte usate sulla chitarra da Stephen Stills. Si appassionava a confrontare le affinità elettive tra Nick Drake e John Martyn o a capire che differenze stilistiche ci fossero tra il Delta blues di Robert Johnson e la tradizione cajoun di Zachary Richard. E poi la musica dei cani sciolti: Warren Zevon, Vashty Bunyan, Gordon Lightfood, John Sebastian, per citarne alcuni.

Ma, quando succedeva, era sempre Joni Mitchell a catturare la mia attenzione. Credo fosse per via di quella natura esploratrice di fronte alla quale fatalmente mi arrendevo. Era la circumnavigazione mentale e geografica dell'io. Hejira diventava, inevitabilmente, la colonna sonora dei miei sogni, quelli on the road ad occhi aperti. Come un dipinto surrealista, guardavo la foto della copertina del disco. Mi soffermavo sulla mano che, staccata dal braccio e sospesa oltre le nuvole, sopra la strada, teneva tra le dita l'inseparabile sigaretta accesa. Poi fissavo la striscia di asfalto color antracite, che correva diritta in direzione del mio cuore. La percepivo mentre lo attraversava lentamente, come un raggio laser che buca una galleria poco illuminata. E l’idea del dolore mi svegliava con un sussulto.


Aprivo gli occhi giusto in tempo per vedere mia madre muovere velocemente le labbra ma senza emettere alcun suono. Allora, come piegato a testa in giù a fissare un laghetto di carpe, la guardavo boccheggiare come un pesce dentro un acquario, cercando di leggerne il labbiario: "P...O..." 
Mica facile, capivo che ci voleva allenamento. "...LLI..." 
Polli? Non era possibile... che senso aveva? Cosa voleva dire? "...POLLI CHE... cosa?" 
Perchè non riuscivo più a sentire? Che razza di sogno era quello?
La guardavo mentre mi faceva un cenno, portandosi le mani alle orecchie. Per un attimo avevo pensato che neppure lei riuscisse più a sentire. Un'epidemia notturna? Una malattia genetica che colpiva tutti i membri della stessa famiglia in un giorno prestabilito e ad un'ora precisa, ed era stato proprio quella notte? Una radiazione nucleare? Gli alieni? Siamo stati rapiti dagli alieni?
Poi, come per incanto, realizzavo il significato della sua mimica. Feci un cenno con il pollice in su, come a dire "Ah, ho capito...vuoi dire TOGLI... Ok, adesso lo faccio".
Toglievo le cuffie, ancora posizionate in testa, mi alzavo e spegnevo la radio, giusto nel bel mezzo del bollettino metereologico che prevedeva “…su Milano e provincia: al mattino piog...” CLICK.

(1) Amelia Earhart fu la prima donna pilota che tentò di attraversare l'oceano Atlantico. Durante il volo scomparve e non venne mai ritrovata traccie di lei e del suo velivolo.

© paroleopache