Una volta ho visto
Berlino dai finestrini di un treno.
Era la prima volta, e la vedevo con gli occhi ingenui
di chi entra in città dalla porta di servizio.
Due giorni più tardi, mentre tornavo dalla zona est della città,
ero in coda alla frontiera nella stazione metropolitana di Alexanderplatz,
e di fianco a me ho visto una intera famiglia salutarsi,
con strette di mano, abbracci vigorosi e occhi colmi di lacrime trattenute.
Chi andava nella parte ovest della città aveva valigie consumate,
legate con spago, e una balalaika sottobraccio. Una scena d'altri tempi.
Stampata sul viso l'espessione smarrita di chi sa di non poter tornare più.
A Berlino ci ho dormito solo quella notte e l'indomani mattina,
da dentro un taxi fermo ad un semaforo, ho voluto fotografare nuovamente
il muro, prima di riprendere lo stesso treno verso Amburgo.
Solamente tornato in Italia ho scoperto che la sera di quello stesso giorno,
il muro che a est chiamavano Antifaschistischer Schutzwall,
era stato demolito.
© paroleopache
Berlino dai finestrini di un treno.
Era la prima volta, e la vedevo con gli occhi ingenui
di chi entra in città dalla porta di servizio.
Due giorni più tardi, mentre tornavo dalla zona est della città,
ero in coda alla frontiera nella stazione metropolitana di Alexanderplatz,
e di fianco a me ho visto una intera famiglia salutarsi,
con strette di mano, abbracci vigorosi e occhi colmi di lacrime trattenute.
Chi andava nella parte ovest della città aveva valigie consumate,
legate con spago, e una balalaika sottobraccio. Una scena d'altri tempi.
Stampata sul viso l'espessione smarrita di chi sa di non poter tornare più.
A Berlino ci ho dormito solo quella notte e l'indomani mattina,
da dentro un taxi fermo ad un semaforo, ho voluto fotografare nuovamente
il muro, prima di riprendere lo stesso treno verso Amburgo.
Solamente tornato in Italia ho scoperto che la sera di quello stesso giorno,
il muro che a est chiamavano Antifaschistischer Schutzwall,
era stato demolito.
© paroleopache


