Bauhaus: Kick in the Eye

Artista: Bauhaus
Album: Musk
Anno: 1982
Cover Artist: Daniel Ash
Etichetta: Jade Music





Com'è noiosa la vita di provincia quando hai vent'anni e alla televisione non ci sono altro che guerre e gossip su attori e fotomodelle, mentre tu vivi in una placida cittadina, sonnolente e florida, dove tuo padre pensa a fare i soldi per campare, i vicini campano pensando a fare i soldi e tu devi crescere dentro un sistema che ti aspetta per inquadrarti quando anche tu sarai pronto per campare e fare soldi. C'è da restare senza fiato. O c'è il rischio di boccheggiare, alla ricerca di una evidenza che squarci l'ovvietà in bianco e nero degli anni che passano. E che sono passati lì, tra gli stessi muri, le stesse case e gli stessi volti. 
La "follia" può essere come un missile che ti saetta verso mondi sconosciuti, quando non hai neppure la patente e vivi in provincia di Milano, dove non c'è nulla. Solo soldi.
Le virgolette sono d'obbligo: sono lo spazio che divide, ancora oggi, il satanismo dal malsano bisogno di un gruppo di ragazzini ad uscire fuori di testa, quando dentro la testa c'è solo l'opacità di una vita concepita come fabbrica.
L'industria, la chiesa, la scuola e poi cresci, sposati, metti su famiglia e continua a produrre.

Allora, come adesso il diavolo offre una specie di fai-da-te all'incubo che soppianta la noia. Allora ecco che i quaderni si riempiono alla rinfusa di simboli satanici e svastiche: i simboli del Male. E ancora: le borchie sbattute in faccia ai genitori che ti volevano impiegato in ditta e gli inni a sua maestà Lucifero, l'arrabbiatissimo e cattivissimo dio della confusione senza meta. Il satanismo di provincia (che parte da quello innocuo dei tatuaggi, cancellati dopo due anni, fino a quello dell'organizzazione metodica di criminali assassini) ha una matrice comune: ed è quella della nausea per la piattezza di uno stile di vita che fa impazzire. E siccome un ragazzino pieno di tensioni non può certo invadere da solo l'Iraq, per sfogarsi, ascolta death metal e si sente cattivissimo, pensa che il mondo fa schifo e "...adesso glielo faccio vedere io cosa cazzo succede quando divento qualcuno, io". Questo sogna, nella sua cameretta. Poi diventa grande e va a lavorare in ditta con papà. Oppure si suicida. Oppure finisce nei fatti di cronaca e nessuno ci capisce niente di come ci si possa uccidere o si possa ammazzare gli altri, così, in uno degli strani e vuoti pomeriggi di paese. Allora si interpellano psicoanalisti, massmediologi, sociologi e si scomodano preti, politici, scrittori. Insomma, gli "esperti".
Molti dei miei amici dediti agli esoterismi della cultura dark negli anni 80 (all'apparenza non molto diversa da quella satanista delle temibili bestie di Satana), oggi hanno smesso borchie, anfibi, maglie nere di filet e simboli gotici. Qualcuno continua ad ascoltare la musica maledetta di una volta. Qualcun'altro è passato a Beethoven. Qualcuno è passato alla New Age. Tutti si sono sistemati.
Se Faust vendeva la propria anima per conoscere tutto il mondo intero, l'anima dei tuoi vent'anni la puoi vendere per evadere un po' dalla routine.



Quando Alessandro ed io arrivammo Londra per la prima ci sentimmo come proiettati nell'iperspazio. Nella nostra personale fifth dimension. Era la fine dell'autunno 1981. La nostra prima serata l'avevamo passata seduti sopra un muretto di fronte al cancello di un vecchio cimitero di Canterbury.
Passavamo il tempo osservando, con un certo disagio, le antiche lapidi ricoperte di licheni e muschio che lentamente allungavano le loro ombre verso di noi, come fossero lugubre braccia abituate al taccheggio.
Eravamo in attesa del bus che avrebbe dovuto portare noi, i nostri pensieri e i nostri zaini sino al capolinea di Elephant & Castle. Londra, finalmente.

Erano gli anni della Thatcher, della deregulation, delle privatizzazioni selvaggie, delle bombe dell'IRA, degli scioperi dei minatori e della guerra nelle Falkland. Ma io, appassionato di musica e di arte com'ero, mi lasciavo comunque affascinare da quel mondo e avevo una gran voglia di entrarci dentro, vedere gli artisti, conoscerli a fondo. Mi piacevano le cose che succedevano: nelle arti figurative, ad esempio, i giovani artisti che reagivano al vecchio minimalismo e allo stile concettuale, ritornavano alla materia e alla figurazione. Era la praticità del fare contro quella del pensare. Dove le idee contavano più dell'immaginario.
Gli anni del punk avevavo creato, anche in questo caso, una frattura irrimediabile col passato. Cultura urbana, obsolescenza, proliferazione consumistica, ma anche seduzione, erotismo della superficie, pelle, Tutto aveva il merito di ristabilire un rapporto tra la cultura e il recupero degli oggetti, riflettendo l'interesse verso l'impiego dei materiali industriali scartati da una società ormai deteriorata. Niente a che vedere con la pop art, quindi. Qui, il ritorno all'oggetto di uso comune, era piuttosto la ricerca di una nuova presa di coscienza e relazione con il mondo nel quale si viveva. Nell'ambiente musicale, poi, il minimalismo ereditato dal punk era sottolineato da arrangiamenti scarni e ruvidi con atmosfere cupe ed ossessive. A tratti rarefatte e sospese. La scena dark e post-punk procedeva dall'autodistruzione e dalla rabbia del punk passando ad una forma più lirica, spesso pessimista e malinconica, intimista ma romanticamente efficace.
Il sogno, l'incubo, la visione, la follia, la psiche, la perversione, la notte, l'amore e la morte: questi erano i temi che chiamavano a raccolta una umanità a metà strada tra Lord Byron e Dracula.
Ricordo come la cosa che più mi aveva colpito in quel periodo fosse l'interazione tra i diversi campi artistici. C'era collaborazione e contaminazione tra musica, arte, fotografia, danza contemporanea, letteratura e cinema: in questo contesto il movimento dark aveva grandi ambizioni culturali e cercava continui interscambi. I gruppi nascevano spesso nelle scuole d'arte e il loro immaginario era pieno di contagi artistici decadenti. C'era sperimentalismo e teatralità. Era così che si viveva nella Londra sotterranea.
Noi invece di giorno sgobbavamo come sguatteri in una spaghetti-house frequantata da giamaicani, dove servivamo pasta scotta di contorno a polpette affogate in salse giallo ocra. E la sera spendevamo la nostra magra paga settimanale al Batcave, un locale dark molto in voga in quel periodo, dove, con un pò di fortuna, potevi incontrare gente come Iggy Pop o David Bowie e bere con loro una ginger-ale al bar. Anche Lou Reed passava di lì, quando era in zona.
In effetti allora, a Londra, mancava totalmente un luogo dedicato alla nascente scena goth e fu così che un gruppo di ragazzetti annoiati, capitanati da un certo Jon Klein, un tipo di Bristol futuro chitarrista nei Banshees di Siouxsie (ma al tempo era alla guida di un gruppo dark irrilevante, gli Specimen) decisero di affittare, tutti i mercoledì sera, un vecchio club sulla via del fallimento, il Gargoyle, uno storico locale aperto fin dagli anni venti, al 127 di Dean Street, a Soho. Era il luglio del 1982.


Da allora le serate del mercoledì al Gargoyle si chiamarono Batcave, dal nome del celebre rifugio di Batman. E fu un evento che fece epoca. In realtà le serate Batcave non erano nate esclusivamente come dark: i ragazzi avevano solo bisogno di un buon posto dove far suonare il loro gruppo e volevano proporre la miglior musica alternativa degli ultimi dieci anni: Bowie, Roxy Music, passando dai T-Rex, Gary Glitter, gli Slade e Mott the Hoople. Insomma, fin dall'inizio, lo volevano con un taglio molto, molto glam. Anche l’arredamento era decisamente “appariscente”: lacci, cuoio, latex, immagini da film degli anni trenta (soprattutto film di mostri). Pure le attività erano certamente poco comuni per l'epoca: incontri di lotta nel fango, spettacoli di mangiafuoco, cabaret di travestiti, teatrini sadomaso e kitsch. Ma forse fu proprio questo taglio fetish e libertario ad attrarre lì il popolo dark. E poi, come si diceva, il dark era la cosa più tosta e trendy del momento… A sentire Klein, inoltre, già dalla prima sera il locale aveva una fila davanti all’ingresso, lunga duecento metri. Non sappiamo se credergli o meno, ma di certo qualcosa di incredibilmente importante era nato.
Ci andavo regolarmente al Batcave, con i miei capelli impiastricciati di birra, un metodo molto in voga all'epoca per ricreare l'effetto gel (se il gel non ce l'avevi) perchè una volta asciutti potevi modellarli come fosse plastilina. L'unico inconveniente era resistere al forte odore di orzo e del luppolo fermentato. Di sicuro dopo una serata passata al Batcave, una volta a casa, potevo andartene a dormire sereno. "Qualcuno sta anche peggio di me!" mi dicevo. E mentre mi addormentavo ripensavo a tutta quella varia umanità composta da squatter, tossici, ladruncoli, bevitori accaniti, tutti che sopravvivevano di sussidi e tutti rigorosamente vestiti di nero per l'occasione, con gli occhi anneriti dal kashal (se non lo erano per via di una scazzottata), e che si spintonavano all'ingresso del locale solo per poter vedere suonare dal vivo gruppi come Christian Dead o i Soft Cell di Mark Almond. I Virgin Prunes erano tra i più ambiti, con i loro spettacoli da grandguignol, che culminavano nella trasposizione scenica di un "sacrificio rituale di sangue", tra urla, sesso, danze tribali, rituali animistici e paganesimo assortito.
In fin dei conti, al Batcave, finivi sempre per incontrare le stesse faccie e sentire parlare degli stessi concerti. Come, per esempio, di quello dei Bauhaus.
Era stato proprio in una di quelle occasioni che mi avevano  raccontato di un loro spettacolo. La resa teatrale dello show sembrava essere garantita dal pallido e scheletrico cantante che, con il suo tono baritono melodrammatico e il look decadente, a metà tra il fantasma dell'opera e Dorian Gray, veniva considerato, dalla vecchia critica rock di NME e Melody Maker, come una via di mezzo tra uno zombie e un mostro in costume. Insomma, forse ai critici mancava quell'ironia indispensabile per poter tradurre il personaggio ma, al di là dei facili stereotipi - buoni per tutte le stagioni - quando ascoltavo la loro musica, quelle di Peter Murphy mi parevano veramente visioni nerissime e danze demoniache cariche di una paura primordiale. La sua predilezione per i sovratoni e l'enfasi teatrale barocca non faceva altro che accrescere la dimensione orrorifica della musica dei Bauhaus.
Decisi allora di comprare il loro primo disco, nel magazzino HMV di Piccadilly. In the flat field era uno dei grandi manifesti del post-punk e della prima generazione new wave, uno standard di riferimento per tutto il rock gotico a venire. L'idea musicale di fondo era quella di innestare gli accordi dissonanti di chitarra sulle gelide cadenze ritmiche e ossessive tipiche del dark. Nascevano così gli agghiaccianti psicodrammi, i loro apocalittici presagi di dannazione, attinti da un medioevo oppresso e oscuro. Ammetto che mi si ghiacciava il sangue ogni volta che ascoltavo Stigmata Martyr, specie nel momento in cui Murphy, nei panni del tetro sacerdote, recitava a due voci nel finale, ora profondo e baritonale, ora nevrotico e squillante, altrove urlato contorto e minaccioso ...in nomine patri et filii et spiriti sanctum.... Il suo stesso esibizionismo, il suo makeup da vampiro e la sua simbologia sfacciatamente necrofila volevano soprattutto indicare come essere il cantante di un gruppo definito dark non dovesse diventare necessariamente il sinonimo di un individuo in depressione cronica o di essere un adoratore di Belzebù dedito a sabba incestuosi. 


Finalmente, poi, accadde che una sera i Bauhaus tennero un concerto al Lyceum.
Bauhaus: ovvero quando il rock diventa un cabaret dell'orrore, con tanto di maschere e trucchi, nel solco tracciato dal glamour del leggendario Rocky Horror Show. I toni macabri e dissonanti del dark-punk si univano ad un atteggiamento teatrale costantemente sopra le righe e diventavano, con i Bauhaus, una cosa sola, collocandosi ben lontano dalle lancinanti depressioni esistenziali della letteratura gotica. Il loro sound mirava sì a dipingere incubi lugubri e incalzanti danze orrorifiche, ma caricandole in ogni attimo di un'enfasi quasi esagerata, forti di un senso dell'effetto spettacolare particolarmente sviluppato.
Già fuori dal locale due file lunghissime, ordinate e silenzose, composte da un pubblico che arrivava da ogni angolo della città, sfoggiava chiome acconciate per il grande evento e le uniformi scure d'ordinanza. Alle venti e trenta eravamo già tutti dentro, guardandoci intorno con le nostre facce pallide e inquiete, di fresco incipriate per apparire ancora più spettrali. Molti erano accalcati attorno al palco, altri erano a contendersi le balaustre del bar sopraelevato a bordo pista, per accaparrarsi una pinta sottocosto. O magari due.
Sul palco il fondale nero aveva il solo scopo di mettere in risalto la scena con la strumentazione scarna e ossuta. Dopo mezz'ora di attesa, finalmente, il buio della sala veniva riempito da una lunga pulsazione di chitarra, mentre le poche luci sulla scena restituivano lentamente le sagome dei musicisti, congelate nella loro staticità. Solo il volto appuntito di Peter Murphy ghignava da dietro lo schermo di un televisore che ingigantiva a dismisura la sua faccia spiritata. Il biglietto da visita era Double Dare. Veniva suonata con una traiettoria elettrica che si stemperava nella cadenza tempestosa della batteria e nella distorsione roboante del basso, mentre un oceano di taglienti dissonanze di chitarra dipingevano lo sfondo ideale per lo show ispirato di Murphy, cantante dotato ma anche attore scaltro e frontman provocatorio, ambiguo, magnetico. Era fin troppo evidente che il carisma del gruppo era, in tutto e per tutto, il suo carisma. La sua stessa presenza, oltre ai testi, era stracolma di rimandi e simbologie macabre mentre il suo tono, pomposo e caricatissimo, pareva afflitto da una tristezza senza fondo. Inoltre suo look decadente, spesso ritoccato dietro un telo alzato a separé, era volutamente eccessivo,  come per accentuare una presenza scenica spesso spinta fino all'autoparodia.

Gran parte dell'arte di fine ottocento (e inizio novecento) è tessuta con queste trame e con questo genere di richiamo esistenziale, che sarebbe tra l'altro appassionante trattare con calma, analizzando le varie tappe del percorso artistico che conduce al cosiddetto mal de vivre. Basterebbe, per capirci, citare il movimento espressionista nella pittura o larga parte del romanticismo in letteratura. Non a caso lo stesso nome Bauhaus 1919 (poi solo Bauhaus) era stato scelto dal gruppo in omaggio alla celebre avanguardia artistica fondata a Weimar da Walter Gropius. E per ribadire il legame con quel movimento, il bassista David Jay registrerà anche un singolo con Rene Halkett, l' anziano poeta e pittore reduce da quella stagione.

Sono certo che noi tutti, in modi differenti, abbiamo sperimentato sulla nostra pelle come la vita risulti spesso dolorosa e ingiusta e come, di fronte a questi ostacoli inevitabili, si creino singole e diverse reazioni emotive razionali o irrazionali. Ma, come spesso accade nella nostra società, queste emozioni vengono modellate, manovrate, massificate, ed infine usate per stabilire comportamenti sociali considerati buoni (e quindi accettati) contro quelli che sono invece cattivi (e rifiutati come malsani). Ecco perchè coloro che criticano l'atteggiamento di chi è compiacente verso gli aspetti negativi dell'esistenza, dicono di essere nel Giusto. Altri, ancora, trovano sbagliato e di dubbio gusto descrivere nell'arte quello vorremmo non vedere, e lo cancellano dalla vista, preferendo rivolgersi verso forme artistiche più rilassanti e di svago. Questo è sicuramente un diritto: del resto ha molto più successo commerciale la musica di puro intrattenimento.
Ma, accontentandomi di togliere un po' di ragnatele e di polvere da questo argomento, considero che quando si corre il rischio di perdere una delle caratteristiche più importanti a nostra disposizione, cioè la stessa capacità di riflettere e di interrogarci sul nostro personale senso della vita, automaticamente neghiamo forzatamente anche la stessa esistenza di ciò che non ci piace, relegando ai margini della nostra quotidianità tutto quello che è negativo e sgradevole.
Per questo è importante che ci siano artisti capaci di descrivere anche gli aspetti più difficili e oscuri del vivere quotidiano, e tanto meglio se riescono a farlo con efficace realismo. In realtà tutto il movimento dark - che si fondava, appunto, sull'esistenzialismo spinto alle sue massime conseguenze e sulla sua creatività artistica - era stato più un fenomeno di costume, di tendenza anzichè un vero e proprio movimento artistico, dai contorni ben definiti. Del resto chi al tempo considerava sgradevole e ripugnante l'acconciatura, il trucco e l'abbigliamento di Siouxsie Sioux o Danielle Dax, alcuni anni più tardi si sono ritrovati a confrontarsi con modelli di haute-couture che furbescamente avevano attinto a piene mani dal quel sottobosco post-punk. Il nero, oggi è diventato sobrietà, stile, eleganza.
Da male di vivere a fenomeno culturale, e quindi a business iconografico e commerciale. Il passo è stato breve. Oggi in rete fioriscono siti dedicati al gothic e all'esoterismo con le proposte più varie e stravaganti: dall'offerta di romantici tours in cimiteri monumentali alla vendita di gadgets, come rosari dark, croci celtiche o barocche e ninnoli vari. Tutti in stile rigorosamente ossianico. Intanto i famosi "esperti" si fingono sempre più preoccupati, mentre controllano il loro conto in banca.
Dopo quel concerto, a Londra le fredde nebbie autunnali preparavano la strada ad un inverno buio e silenzioso. Io invece mi preparavo a ritornare a casa in Italia, con in tasca le sole sterline del viaggio e dentro il cuore un malessere che, come febbre, mi debilitava giorno dopo giorno. Ripensavo alla sera in cui ero arrivato la prima volta, e capivo solo allora che, tra le ombre e il muschio delle lapidi di Canterbury, ciò che si aggirava erano solo gli spettri dei sogni infranti, dell'impossibile, delle speranze, delle dolci illusioni e del dolore senza risposta. Erano le ombre dei sogni rubati. 
L'aria era satura dell'odore dolciastro delle foglie in decomposizione e la luce, i colori dell'autunno erano già ricordo. Come sarebbe stato bello potersi addormentare. Ma la stanchezza mi rendeva insonne. Così ho attraversato la notte, trapassandola da parte a parte, come un calcio in un occhio.

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