Talking Heads: Crosseyed and Painless

Album: Remain In Light
Anno: 1981
Cover Artists: HCL, JPT, DDD, WALTER GP, PAUL, C/T
Etichetta: Sire Records

 





Verso la fine del 1987 suonavo in una vera rocchenrolbend, con un nome da rocchenrolbend: "Wafers". 
Anzi "THE Wafers". Accadde per puro caso: loro cercavano uno che suonasse la chitarra e quando Walter, il loro batterista, venne a chiedermelo... bè, non ci trovai niente di strano.  Così mi invitarono alle prove che il gruppo faceva un paio di volte alla settimana, in una sala prove di via Washington a Milano.  
Quando arrivai per la prima volta nella sala numero quattro, al secondo piano dello stabile, ero già molto in ritardo e gli altri componenti erano alle prese con le regolazioni dei volumi mentre il cantante - un ragazzone rifinito in mogano e con l'alito freschissimo che si era presentato alle prove in giacca e cravatta - stava seduto sopra un amplificatore Voxx  e guardava un punto fisso sulla moquette, tenendo sotto il braccio una copia in vinile di Strangeways, Here We Come degli Smiths. Subito pensai assomigliasse ad una specie di giovane Bukowsky sbarbato e vestito da consulente finanziario, oppure a Tom Waits alle prese con un bourbon liscio la sera della "prima" alla Scala, eppure, forse proprio grazie a quel contrasto, sentii immediatamente di poter entrare a far parte di quella sgraziata masnada di freak con gli stivaletti a punta e i pantaloni a tubo. Una Manson Family riavvolta al contrario. Mi sorpresi anche a battere il tempo con il piede, mentre ascoltavo le loro canzoni. Avevano un suono molto naif e gradevole, un approccio pop che mi ricordava i Television, con canzoni brevi, semplici e veloci ma non banali. Semmai a stonare era proprio Walter, che con quella sua maniera tribale e sgraziata di picchiare sui tamburi, faceva assomigliare tutti i brani ad un'unica, lunga cover di Soul Sacrifice dei Santana.
Ma, a parte la sua malsana passione per Michel Shievre, Walter era soprattutto un vecchio lupo di mare che, navigando negli ambienti dei teatri milanesi (per anni aveva lavorato al Teatro Nuovo di piazza San Babila), aveva avuto la fortuna di conoscere di persona molti degli artisti che passavano di là. E quando alcuni di loro teneva uno spettacolo in quel teatro, lui aveva sempre il modo di procurarsi un paio di biglietti gratuiti o un pass per il backstage. Quindi, quando ci capitò David Byrne per il tour europeo di conferenze stampa promozionali legate all'uscita del suo film "True Stories", eccoci lì, seduti in seconda fila, accreditati come "Press-Magazine".  

Sebbene fossero passati ormai sei anni (cioè il tempo sufficiente ad un episodio perché assurga a ricordo - e nei ricordi tutto diventa inoffensivo, sia il bello che il brutto) avevo ancora impresso nella memoria l'indimenticabile concerto che i Talking Heads tennero al Palalido di Milano nel 1981. A quel concerto ci andai da solo, perchè sono concerti, quelli, da affrontare in solitario. Uno contro uno.
Alla conferenza stampa, tanto per riscaldarmi, feci subito due o tre figuracce nel foyer del teatro nel tentativo di convincere le hostess del buffet a riempirmi la fiaschetta d'acciaio tascabile che mi ero portata. Disgraziatamente, però, il solo liquore che avevano era il rum da torta. E, forse, è a lui che devo imputare la mia malafigura.   Regola uno: bisogna fidarsi solo delle cose amare, ricordati. Quelle dolci ti fregano sempre! 
Poi, finita la miniproiezione seguita dalla miniconferenza, anzichè avviarmi fuori (e una volta restato orfano, gettarmi tra le braccia di un vero rum, come il naufragio dei sentimenti mi suggeriva) ebbi la malugurata idea di cedere alle sirene che la mia amicizia altolocata faceva alle mie orecchie, che in totale buona fede pensava di rendermi un piacere passando dietro le quinte per "due salutini ai vecchi colleghi"
Così, attraverso le porte a soffietto del backstage, che si aprivano e si richiudevano impietose, cercavo di cogliere un'immagine dell'artista che, molte notti prima, mi aveva stregato. Ma per arrivare fin lì eravamo ripassati nuovamente dal buffet che, questa volta, elargiva spumantini come nemmeno un parroco di paese farebbe con le ostie alla comunione. E noi, per essere all'altezza del tono, ci eravamo buttati a otto mani su un prosecco che pareva ci ammiccasse da un vassoio. Eppure si sa: anche le bollicine sono primadonna e non amano mischiarsi con nessuno. Tantomeno a un liquore da dolci. E questo spiega come, dietro il palco, nel backstage, ondeggiassi incosciente, in bilico sul filo insidioso teso dagli incontri. 
- Anche voi della stampa? 
- Uh?... Eh?... Bè, si... certo
- Rivista? Quale, di preciso?
- Ah...bè... è una nuova testata indipendente... si chiama... non so se... Wafers. Si chiama Wafers! -
- Wafers? Strano, no... non l'ho mai sent...
Quando ecco che sulla soglia della porta appare David Byrne in persona.
Vestito e pettinato da David Byrne. 


Ah, questi fantasmi! Di sicuro se un fantasma decidesse di farsi uomo prenderebbe le sembianze di David Byrne, oppure di uno spaventapasseri. E tu devi sperare di non incontrarlo mai, perchè se dovesse succedere devi sperare che avvenga con in mezzo la musica, anzichè con in mezzo il rum per dolci. Ma David Byrne è una rockstar e in quanto tale è figura che va oltre il mito: diventa mitologia. Non dico proprio come il Minotauro ma con lo stesso fiuto animale. 
Già dal labirinto di Arianna aveva fiutato la trappola e perciò restava appoggiato all'uscio a stringere gentilmente le mani a tutti i convenuti che, a quel punto, gli sfilarono davanti, uscendo docili e in fila indiana. Bisogna riconoscere che è un uomo che sa mandarti al diavolo con un sorriso, anzi prima ancora se ne va lui. 
Io, che rispetto agli altri ero convinto di avere qualcosa di capitale da dirgli, qualcosa che sicuramente riguardava solamente noi due, mi tenni da parte, per ultimo, e quando fu il mio turno presi la sua mano e cortesemente iniziai a scuotere sorridendo e dissi "Piacere!". E mi avviai alle sue calcagna, come in una processione, lungo il breve braccio di moquette del corridoio, mentre stava per mettersi in salvo per la via di fuga più vicina: l'ascensore per gli artisti. Lì dentro la signora Byrne, fresca sposa, fresca attrice, lo attendeva pronta col motore acceso, come dopo una rapina. Avrei voluto attaccare subito l'arringa, dire qualcosa di interessante Mr. Byrne, please... wait a moment... I'm very sorry... it's just... I mean... veramente... cortesemente... propriamente... sinceramente... giustamente... francamente...  però il sacco del corridoio era troppo corto per essere svuotato completamente, e la bocca del piccolo ascensore era aperta come una forbice, pronta a recidere il filo del rosario della mia confessione.
Mr. Byrne, occhi scuri, neri, tristi e profondi, arrivato sulla soglia aveva una faccia come per dire ...la capisco, so cosa prova, mi scusi, però, personalmente ora non posso venirle incontro, mi capisca... ma si faccia pure sentire... anzi, se capita dalle mie parti, mi chiami... possiamo prendere un caffè assieme, o bere del buon rum... ma ora, lo vede, ho l'ascensore al piano, mia moglie che mi aspetta... L'addio era cucinato e pronto. 
Ma insomma essere lì, in quel momento e non dirsi niente, era come avere un attico con la vista sul golfo con la serranda abbassata e la tapparella rotta. ..., feci io guardando il pianerottolo e poi i bottoni della consolle ...a questo punto, già che ci siamo, mi dia almeno un passaggio al piano sotto, all'uscita... se non le dispiace... E a quel punto, con il brivido del tuffatore poco prima di toccare l'acqua, come un orco che si precipita nella casa di cioccolato di Hansel e Gretel, entravo mani e piedi nell'ascensore. Mentre intanto la porta di metallo si chiudeva dietro, come un sipario. 



2° PIANO
Lo sappiamo tutti che razza di posto è un ascensore. Di un teatro, poi. 
Uno di quei posti dove ti senti in imbarazzo anche solo a guardarti allo specchio da solo. Forse perchè lì dentro, a meno di un braccio, si infrange ogni distanza di sicurezza e si entra nello spazio vitale, ci si sente così stretti, ma in quel posto, per via degli specchi, c'eravamo in sei: David Byrne, suo fratello, sua cognata, la moglie, io e il finto giornalista identico a me. 
A quel punto, proprio mentre stavo per aprire bocca, mi sentii invadente, come quando ti siedi a tavola senza essere invitato solo perchè il posto è vuoto, però non è tuo, ma tu ti ci siedi lo stesso perchè hai fame.
Ripetevo per convincermi: però posso spiegare, ho  ancora due piani per farlo. E mentre studiavo la situazione, per prima cosa mi resi conto della figura della moglie, l'attrice Adelle Lutz, che s'ingigantiva man mano e poco alla volta riempiva tutto lo spazio. Senza nemmeno voltarsi aveva già capito lo scippo che le stava arrivando addosso. Non batteva ciglio, le bastavano gli occhi per tutto. Non osai fiatare per non darle ragione, anzi, evitai proprio di guardarla per pudore. Però il rum da torta per dolci sbriciolò anche quell'ultimo argine, inzuppando e inzaccherando quello che rimaneva della mia dignità. Poi, blasfemo e immondo come un mostro marino che emerge dal suo abominio e si offre allo sguardo, buttai antrambe le cornee dei miei occhi di lumaca sul suo profilo, salendo dal pavimento di cicche fino in alto. Aveva un profilo severo, tagliente, affilato e spazientito. Intanto continuava a guardare avanti, impassibile, come se avesse un intero panorama a disposizione, con la faccia a quindici centimetri di distanza dall'alluminio, concentrata su qualcosa da cui eravamo esclusi. Glaciale, stellare, non rivolgeva lo sguardo nemmeno al marito, ci aveva messi forse tutti e due nella stessa comunella. Sembrava volesse dire ...con te i conti li facciamo dopo. Guarda qua, te li tiri dietro proprio tutti tu!...  
Lui se ne stava, a quel punto, appoggiato, rassegnato con la testa abbassata come per un colpo di sonno. E per fortuna che l'ascensore non lo guidava lui, che rimaneva così ciondolante. Intanto a me veniva il dubbio che fossi io a fargli questo effetto. Mi stava mettendo in imbarazzo e questo non era regolare! Normalmente funziona che uno invade e l'altro, l'invaso, si sente in imbarazzo. Insomma sentivo vacillare tutti gli argomenti e mentre ero pronto a investirlo della mia confessione, lui alzò per un attimo lo sguardo sul mio badge e il mio sangue diventò ghiacciolo.
Me l'ero dimenticato addosso e adesso era lì in bella vista.
Press?
A quel punto cosa avrei dovuto dire? La verità, forse? Dire che le sue conferenze erano frequentate da finti giornalisti? Far crollare le sue fragili fondamenta di artista? Dovevo veramente dirgli che non scrivevo su nessun giornale? E già che c'ero rincarare la dose, dirgli che quelli che comperano i suoi dischi in realtà non li ascoltano neppure o se vanno al cinema per i suoi film ci vanno solo per dormire nell'ultima fila? Vi sareste presi, voi, quella responsabilità? Bè, francamente... io no.
Yes, press. I'm sorry
...sperando con tutto il cuore che le rockstars odiassero la stampa e i giornalisti e che la sua curiosità finisse lì. Fui colto da un un moto di estrema fiacchezza, mi sentii immediatamente esausto. Peggio, mi tornò in mente il racconto di un un sogno che avevo sentito da mio padre: un giorno, durante il sonnellino pomeridiano dopo il suo turno di lavoro, si svegliò di soprassalto, sudato e stordito ma felice perchè gli era comparso in sonno Amedeo Nazzari. E quando gli capitò l'occasione che aveva atteso per tutta una vita (quella di parlare a tu per tu con Amedeo Nazzari) e se lo trovò davanti, vestito da Amedeo Nazzari, dopo due minuti aveva già finito gli argomenti e per riempire il vuoto buttò lì un ...bè, a casa tutto bene?



1° PIANO
E intanto mi affannavo, riprendevo l'arringa e pensavo ...però tra un po' mi capirà, va bene l'invadenza ma in fondo è un artista, ci sarà pure abituato. L'artista che aveva infettato la mia immaginazione, che poi era solo tutto quello che avevo da dirgli. 
Volevo raccontargli del concerto che mi aveva cambato la vita, ma più scendeva l'ascensore più capivo che non era cambiato niente. Spiegargli di quando lui, nel 1981, con i Talking Heads, aveva investito come lo spostamento d'aria di un Tir tutta una platea stipata nel Palalido di Milano, e in mezzo a quella folla c'era anche un ragazzo, e di come ne aveva fatto un disadattato all'istante. 
Ah, che concerto! Non sapevo cosa aspettarmi, non mi aspettavo niente di buono. Una lampadina gialla che oscilla dall'alto, ad illuminare ad intermittenza questo omino mentre canta Psycho Killer. Lo stesso omino che ora è qui, ostaggio della mia compagnia. 
Poi, brano dopo brano, il palco non basta più. Diventa troppo piccolo per contenere tutti. Una ragazza minuta e scalza entra nella scena imbracciando un basso molto più grande di lei, poi, sfila un batterista. Un altro brano, ed ecco arrivare un tastierista seguito da un chitarrista che, di fianco a Tina Weymouth, appare altissimo e magrissimo. Un specie di Tiramolla con la Stratocaster tenuta all'altezza delle ginocchia. Rimango sbigottito e incredulo dei suoni che escono dalle casse di fronte a me. Poi ecco arrivare due coriste di colore, un percussionista di colore e un altro bassista di colore... 
Quello spettacolo, quella musica, era come la Bibbia: non deve intrattenere, ti deve convincere. Diventi un credente. E poi ti ci vuole un esorcista. Magari vorrebbe fare la parte di Barabba, ma finisce per essere il Messia. Qui non si parla più di rock, qui siamo vicini ai riti voodoo, alle credenze animiste, popolari. Roba che ti mette il malocchio addosso. E te lo mette per levarselo di dosso lui. E' come per i vampiri: una volta morsicato non si torna più indietro, puoi solo mordere qualcun'altro. Ti sembra che ti guarisca e invece ti sta attaccando la sua malattia. 
Dicevano gli antichi: "Per ascoltare i grandi, bisogna avere animo da grandi, per non finire col vedere in loro i nostri stessi piccoli confini". Però qui bisogna avere anche la pelle dura. La muta da sub. C'è la rogna di mezzo. Quelli, i grandi, si grattano e te la buttano addosso. No, no... non è solo rock and roll, non è più solo una questione di intrattenimento. Qui c'e di mezzo l'infatuazione. Allora mi venne in mente quando da piccolo ti chiedono cosa vorresti fare da grande? e tu rispondi: l'astronauta, anzi no... voglio fare la musica. E perchè? Perchè la musica è qualcosa che, quando c'è, è così presente che ti possiede del tutto, però al tempo stesso non esiste per niente. 
Non è da nessuna parte, non puoi catturarla e farla tua. E' un fantasma, la musica. 
Volevo fare musica perchè dopo quel concerto anch'io volevo suonare la chitarra come Adrian Belew, volevo far uscire suoni simili a una spugna che gratta la vasca da bagno, simile al richiamo per le beccacce, alla motrice a vapore di un treno merci. Suoni simili al pulviscolo degli anelli di Saturno. Sentire tutto questo ancora prima di aver compiuto i tuoi vent'anni, rimanere bruciati da tutte le strade che non avresti mai visto, da tutta la gioventù, la più epica , quella che ti riempie il petto come il cofano di una macchina. Tutto lì era così assoluto e chiaro, e poi, una volta finito, non trovavi più niente di simile, là fuori. Bè, certamente se non fosse stato per momenti come quelli, lo posso dire, non sarei andato da nessuna parte. Sempre ammesso che qualche parte sia andato.



PIANO TERRA
A quel punto la porta dell'ascensore, finalente, si è aperta, ha offerto il sipario della vita, di nuovo in tutta la sua ampiezza. Soltanto allora ho capito dove si dirigeva lo sguardo di Adelle Lutz: là fuori, nella dritta direzione della sua strada. La deviazione laterale non l'ha vista nemmeno. E' uscita con la fierezza e il profilo del pescespada, ha solcato le porte come onde e ha proseguito, spumeggiante, in libertà, come riguadagnando il mare aperto del marciapiede. Ed era già oltre, nel taxi e oltre, oltre l'oceano del ritorno e oltre ancora... 
Dal canto mio, io ho rinunciato subito a proseguire. Solo allora David Byrne, finalmente, si è rilassato e mi ha sorriso, così, da uomo a uomo. Il sorriso grato di chi può tornarsene nel proprio. 
Anch'io a dire il vero mi sono sentito meglio, sollevato da tutta quell'inadeguatezza. Mi sentivo come dopo la fine della messa. Come dopo il matrimonio di un parente, o di un amico. Ciononostante lo rimpiangevo già.
Mr. Byrne... nice to meet you
...e quasi a trattenerlo come un miraggio che si squaglia, ancora gli stavo agganciando la mano con tutte e due le mie. Solo a quel punto si è presentato, solidamente, ha salutato, e anch'io alla fine, a mia volta, gliel'ho detto. Una cosa che, scusate, ma vorrei che rimanesse tra lui e me.

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